SI SCRIVE GENDER GAP, SI LEGGE PATRIARCATO

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C’è un gran parlare della manciata di donne che avrebbero sfondato il tetto di cristallo eppure in Italia solo il 21,1% delle posizioni da dirigente è occupato da donne e la percentuale di donne CEO è appena il 3%.  E c’è un gran piagnisteo sull’emergenza  “poveri padri” separati che vivrebbero in miseria.

E queste narrazioni capziose vengono largamente utilizzate come un manganello contro le donne, per negare il persistere del patriarcato e delle disuguaglianze. Come non rammentare quando, a novembre 2024, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, nel videomessaggio per la presentazione della Fondazione Giulia Cecchettin dichiarò che “il patriarcato [..]è finito con la riforma del diritto di famiglia nel 1975 che ha sostituito la famiglia fondata sulla gerarchia quella sulla uguaglianza”? Eppure Valditara dovrebbe sapere che la famiglia fondata sull’uguaglianza in Italia esiste solamente sul piano giuridico. Ma nei fatti è tutta un’altra storia.

L’uguaglianza ma soprattutto l’equità di genere in primis si misura sul piano economico e lavorativo. E i dati di tutti i reportdegli ultimi annifotografano un’altra realtà, una realtà in cui la povertà ha soprattutto il volto di donna, una realtà in cui le donne rappresentano il 26,6% dei casi a rischio povertà, contro il 16,8% degli uomini. Una realtà che vedeuna netta predominanza femminile tra i lavoratori dipendenti a bassa retribuzione: le donne infatti rappresentano il 71,3% del totale dei lavoratori a bassa retribuzione contro il 28,7% degli uomini.Le donne in coppia guadagnano in media solo il 53% del reddito del proprio partner, il dato più basso nell’UE. Nelle posizioni manageriali, il divario di genere è particolarmente elevato, con donne che guadagnano in media il 12% fino al 27-30% in meno rispetto agli uomini.Altro che tetto di cristallo sfondato!

E se è vero che il tasso di occupazione femminile negli ultimi anni è cresciuto, in Italia, lavora una donna su due, con un tasso di occupazione che si aggira intorno al 52-53% nella fascia 15-64 anni, mentre il tasso di occupazione maschile si aggira attorno al 70-71%. Dunque un divario abnorme di ben 18 punti percentuali, che tende ad aumentare con la presenza dei figli. Per non parlare delle regioni del Sud Italia che presentano tassi di occupazione femminile ancora più bassi, con alcune aree dove lavora meno di una donna su tre. Qual è la causa principale di una disuguaglianza così eclatante?

Lo sanno anche i muri:in Italia, i lavori domestici e di cura non retribuiti ricadono in modo sproporzionato sulle donne, che svolgono tra il 71% e il 76,2% di tali attività, dedicandovi circa 5 ore al giorno contro le 2 ore degli uomini. E questo come lo vogliamo chiamare se non patriarcato? Il lavoro di cura non retribuito è una delle manifestazioni più radicate del patriarcato, inteso come struttura sociale in cui i ruoli di genere sono definiti per perpetuare un’asimmetria di potere. Avere un reddito basso o non averlo affatto, è il terreno fertile della violenza economica ed è uno dei modi in cui il patriarcato esercita il suo potere sulle donne, confinandole alla dipendenza del marito o del padre.

La triste favola dei padri separati che vivono in miseria per mantenere nel lusso le ex, diffusa dalle associazioni dei padri separati e da numerosi media, portando come prova un presunto report della Caritas, è stata smontata da Eugenia Nicolosi con un articolo pubblicato su Fem.

Eppure la favola persiste.  “Ma cosa dice, veramente, il report della Caritas del 2023? – scrive Nicolosi – Che il primo gruppo dei beneficiari della Caritas sono effettivamente “genitori” dai 35 ai 60 anni, peccato che nel 97 per cento dei casi sono di genere femminile. Non sono i padri? Beh, no. E non sono i “padri” nemmeno i secondi più poveri: il secondo gruppo di beneficiari della Caritas sono le “famiglie povere” che sono nel 65 per cento dei casi donne adulte, coniugate e con figli minori. In questo gruppo c’è anche la più alta quota dei “working poor” cioè chi, pur lavorando, resta sotto la soglia di povertà. Terzo gruppo di beneficiari? Nel 62 per cento dei casi sono uomini, oltre la metà sono celibi. Questo è anche il gruppo con la più alta incidenza di disoccupati, con problemi connessi a forme di dipendenza. Ah, e senza figli né assegni di mantenimento da pagare. Ci sono poi pensionati, vedovi e divorziati che nell’86 per cento dei casi non hanno figli. Dove sono i padri separati e divorziati? Non ci sono”.*

Indubbiamente esiste il dramma dipadri separati poverima gli indicatori di disagio economico confermano lo svantaggio delle donne separate.Evidentemente la povertà femminile non disturba quanto quella maschile. Non fa notizia, non fa piangere. Come non fa piangere il dato che solo il 10% deglistupri viene denunciato, perché le vittime  – quasi tutte donne e bambine – non sono tutelate e perché il processo, comporta per chi ha subito lo stupro un calvario umiliante. Al contempo ci si strappano i capelli a difesa dei diritti degli stupratori: la legge contro la violenza sessuale incentrata sul “consenso” che colpisce gli stupratori è stata affossata ancor prima di nascere con l’accusa di essere una legge contro “gli uomini”, da parte di chi, a quanto pare, si identifica con gli stupratori invece che solidarizzare con le vittime. Eppure nessuno contesta le leggi contro la mafia per quanto esse siano dure, perché nessuno si identifica coi mafiosi eccetto i mafiosi stessi.

Lo scandalo Epstein  ci mette di fronte ad un’ennesima storia di sopraffazione e di dominio maschile sui corpi di giovani donne, ma ancora una volta ci sarà una grande operazione di negazione e rimozioneL’odio che imperversa nei social contro le istanze femministe, suscitato con strategie comunicative volte a negare discriminazioni, la dice lunga, sull’arretratezza culturale del Paese.

Il femminismo viene spesso accusato di dividere. E allora poniamocela la domanda: chi è che divide? Il femminismo che punta il dito sulle disuguaglianze strutturali, accendendo i fari sulle disparità tra uomini e donne in ambito economico, sociale e culturale, oppure chi nega tale realtà pur di difendere la struttura iniqua che garantisce agli uomini una posizione di privilegio?

Chi sostiene che il “patriarcato non esiste” sta difendendo questo privilegio. Non diversamente da chi nega la grave violazione di diritti umani a Gaza, di fatto, sta difendendo il privilegio di Israele di fare carne di porco di quei diritti. Il femminismo non divide, ma infrange lo status quo, ponendo le basi di quel conflitto vitale senza il quale non è possibile alcun cambiamento storico e sociale.

Eugenia Nicolosi, I padri separati sono i “bancomat” delle loro ex? La verità è nei report, Fem alfemminile.com

di Miriam Alborghetti