Grandezza del Giubileo.
di
ANTONIO CALICCHIO
“IteJubilaeumest”: l’anno giubilare si conclude con un bilancio consuntivo ampiamente positivo di gradevoli sorprese. Ha mobilitato molte più persone di quante, pure i più ottimisti, si attendevano e – cosa assai più stupefacente – ha assorbito questo surplus di partecipazioni senza scivolare in caos organizzativi. Roma e il Vaticano, dunque, hanno fronteggiato l’onda d’urto di questa “invasione”, attraverso ingranaggi e servizi pubblici, degni di una metropoli modernamente fornita, quali non pensavamo che l’Urbe possedesse. Senza trascurare, poi, non solo il fervore, ma anche la festosità che ha connotato ogni cerimonia, adunata, coro e sfilata che ha scandito i fluviali e complessi riti del Fasto. Ritengo che se Bonifacio VIII, il quale ne fu l’inventore, avesse potuto riaprire gli occhi e guardare di cosa sono stati capaci i suoi successori attuali, allora sarebbe rinvivito di allegria.
Ciò posto e confermato, dobbiamo anche soggiungere che di questo Grande Evento abbiamo sentito la presenza e il conseguente svolgimento in ogni istante della nostra quotidianità, con la giornata dei giovani, degli anziani, dei ciclisti, dei ferrotranvieri, dei filatelici, dei numismatici e via discorrendo.
Per quel che attiene ai benefici da esso recati sotto il profilo spirituale, ossia sotto quello della Fede, ci rimettiamo a ciò che è stato dichiarato e dichiareranno i competenti organizzatori. La figura di Papa Francesco, che lo ha indetto, e quella di Papa Leone XIV, che lo ha condotto a compimento, ne escono ingigantite, giacché i pellegrini sono accorsi a frotte, da ogni dove, soprattutto per vedere e ascoltare Loro. Irresistibile, la loro centralità ha tenuto banco sino all’ultimo atto dello spettacolare avvenimento.
Cosa c’era nelle manifestazioni di esultanza che ogni apparizione di entrambi i Pontefici suscitava? Certamente, essi hanno voluto dare ai fedeli un “sussulto”, risvegliarne le coscienze, ripristinare il senso del Trascendente, e Dio sa quanto ce ne sia bisogno! Se ci siano riusciti, immagino che se lo stiano domandando anche Loro: c’è o non c’è, nel mondo, questo ritorno, o volontà di ritorno, alla fede nella Rivelazione di Nostro Signore? A mio avviso, c’è. Non penso, però, che sia stata esclusivamente questa la molla che ha fatto scattare e portato a Roma decine di milioni di pellegrini.
Nel contesto di tale trionfo c’è stato, tangibilmente, tutto, sacro e profano; ma nel distinguere l’uno dall’altro, la Chiesa non prenderà sviste: questi conti li fa da duemila anni, anche con se stessa. Ricordiamoci soltanto che per chiuderli, gli anni non le bastano, e neppure i decenni: la sua unità di misura è il secolo. Pure nelle epoche più frenetiche, qual è quella odierna.

































































