Rubrica, STORIE DI MAFIE
Animato da buone intenzioni e ritenendo che il suo lavoro avrebbe trovato sostegno e comprensione nei magistrati Ministeriali, il dott. Renzo Lombardi, il 2 maggio 1991, scrisse un messaggio di saluto e di deferenza alla collega Liliana Ferraro, visto che andava ad occupare la posizione da questa – era acclarato – ambita. (R. Lombardi Contro la giustizia Pironti editore)
La Ferraro non rispose. Considerò forse offensiva la lettera di Lombardi. Si era permesso di chiedere la collaborazione della Ferraro, in questi termini, “per renderti partecipe del grande bagaglio di esperienza che hai accumulato nel settore, che sai essere insidioso e difficile”.
La Ferraro però, come dimostreranno i fatti in futuro, era persona estremamente ambiziosa, anche se la sua caratteristica più performante era quella di far credere agli altri di essere centrale nel suo ruolo, una di quelle che oggi si potrebbero definire indispensabile.
Il giudice Ferdinando Imposimato però la aveva annessa invece tra gli insospettabili inerentemente al suo libro, mai pubblicato, che ho avuto però il piacere di leggere.
La figura di Liliana Ferraro è determinante nella storia di Giovanni Falcone, non in quella di Paolo Borsellino. E lo è dal momento in cui, Giovanni Falcone, accetta di cambiare sede di lavoro. Lasciare il palazzo dei veleni (il tribunale di Palermo) ed andare alla Direzione Affari Penali presso il Ministero a Roma, in via Arenula.
Molti giornalisti hanno scritto di questa donna, la Ferraro, ma nessuno, e sottolineo nessuno, lo ha fatto conoscendone in profondità e con gli atti la storia professionale. Tutti si sono limitati a sostenere la tesi AUTOREFERENZIALE della Ferraro che raccontava a tutti di essere stata utilissima per aver offerto durante lo svolgimento del Maxi Processo ai noti Falcone e Borsellino alcune fotocopiatrici e macchine telex. Questa non è solo storia, questo è un racconto.
Ciò che invece fa la differenza tra racconto e storia è l’analisi dei fatti storici, perdonate il gioco di parole. Ed è un fatto storico che Renzo Lombardi essendo professionalmente più preparato e competente della Ferraro in materia di macchine informatiche fosse egli, e non la Ferraro, il nuovo responsabile dell’ufficio automazione, dove , invece, possiamo altrettanto sostenere che per la Ferraro quello era l’ufficio delle nuove macchine al passo con i tempi, la stessa, infatti, non aveva competenze adeguate, ma solo di base sui nuovi personal computer.
Ciò che la Ferraro sperava, era di ottenere il posto per gestire la mole di appalti del settore informatico, lo afferma Lombardi nel suo libro.
Saltano i piani quindi, ma la Ferraro non si rassegna, e pone in atto un atteggiamento non collaborativo con il Lombardi che ne causa infine le dimissioni. A quel punto, però, Giovanni Falcone, la chiama per far parte del suo staff. Falcone al Ministero di Grazia e Giustizia non conosceva altri. Si trova quindi familiarmente accolto dalla stessa Ferraro.
Giovanni Falcone commette un’imprudenza.
Sto descrivendo sempre le vicende documentate nel contesto storico. Ebbene, sì, Giovanni Falcone commette un errore. Si affianca di collaboratori inesperti ed alle prime armi. Per la Ferraro occupare il posto di Capo della Segreteria degli Affari Penali, sembra al Ministro Martelli, un modo per offrire ad Ella un buon posto di lavoro, facendole sicuramente migliorare l’ambiente, ma soprattutto l’immagine.
Altro personaggio che va ad affiancare Giovanni Falcone è Giannicola Sinisi, un giovanissimo magistrato.
La delicatezza dell’incarico ricoperto da Giovanni Falcone agli Affari Penali, in qualità di Direttore, avrebbe dovuto avere una maggiore cura nella scelta del personale in affiancamento, con maggiore esperienza nel campo giuridico criminale, ed anche se Falcone a Roma, va volentieri, vedremo che si circonda del carabiniere che egli definiva come l’uomo con gli occhi dietro la nuca, Giuseppe De Donno.
Dal giorno del suo incarico, Giovanni Falcone, riceve con cadenza organizzata un ex giudice, impegnato a quel tempo presso il Parlamento come deputato, stiamo parlando di Ferdinando Imposimato.
I due si conoscevano da anni ed avevano collaborato a lungo sia per l’attivazione del Pool Antimafia di Palermo, sia per i due processi convergenti su Spatola.
Qui siamo nel campo del ricordo storico di Imposimato che ne parla in alcuni libri. I due, entrambi da ex magistrati, si confrontano, legati da un rapporto professionale di stima che cresce in una sincera amicizia.
Dopo lo sgomento di Renzo Lombardi, che lascia, là dove credeva fosse il tempio di legalità e giustizia, a guidare la campagna di delegittimazione del giovane Lombardi fu la Ferraro, divenuta intoccabile, dopo la nomina a capo della segreteria di Falcone.
La Ferraro probabilmente usò quella posizione di prestigio per soddisfare la sua enorme ambizione e il desiderio di gestire contratti ministeriali. E così sarà per il resto della sua carriera. (Scacco Matto!).
Ebbe un inciampo però la Ferraro, ad avviso mio e del Giudice Imposimato, quando dichiarò, sentita come persona informata dei fatti, che Giovanni Falcone passò tutto il pomeriggio di qualche giorno prima della strage di Capaci, davanti il tritacarte a distruggere documenti. E qui, chi le ha creduto, mentre la stava interrogando, ha di fatto dato man forte (involontariamente) all’ennesimo depistaggio.
Francesca Toto
Centro Studi Imposimato


































































