SALVO VITALE:”LA MAFIA È ANCORA UNA MONTAGNA DI MERDA”

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peppino impastato

«LA MAFIA È ANCORA UNA MONTAGNA DI MERDA. IL MIO RICORDO DI PEPPINO IMPASTATO».

A 43 anni dall’omicidio di Impastato parla Salvo Vitale, ospite del progetto sulla legalità de “L’Atelier Koinè” con le scuole di Lazio, Sicilia e Calabria

Se Peppino Impastato fosse ancora vivo forse non scriverebbe più che la ‘mafia è una montagna di merda’. Oggi sicuramente direbbe che è un ‘Everest di merda’. La mafia è ancora più subdola. Ai giovani dico di essere rivoluzionari. A sognare una nuova società più giusta e più equa. Che era poi quello che sognavamo anche noi”.

Scrittore, poeta, insegnante. Salvo Vitale nell’immaginario è quel ‘Peppino non c’è più’ che scandì il 9 maggio del 1978 su Radio Aut. Quarantatré anni dopo è un uomo dalle mille sfaccettature e dai mille interessi che rimane fedele a quegli ideali che erano stati il collante di un’amicizia forte con Peppino Impastato, il giornalista massacrato per aver deriso il potere mafioso.

Un’icona, Salvo Vitale, che continua a portare avanti il messaggio lasciato in eredità da “quel ragazzo sorridente ma anche così complesso” e dal quel movimento ‘anti-mafia’ che Radio Aut ha poi reso se non eterno, indistruttibile. Ospite l’11 maggio del primo dei 4 appuntamenti con i ragazzi delle scuole secondarie di primo e secondo grado di Lazio, Calabria e Sicilia, dal titolo “La Mafia uccide, il silenzio pure” inserito nel progetto “L’Atelier Koinè” selezionato da impresa sociale “Con i bambini” nell’ambito del Fondo a contrasto della povertà educativa minorile. 

“Eventi come questi – dice con la sua voce dura e forte, segnata da quella cadenza siciliana che è diventata un simbolo – sono importanti perché dietro hanno un progetto che dura 365 giorni e non qualche ora. Un progetto che si impernia su una materia non ufficiale, l’educazione alla legalità, che ha una valenza enorme per il futuro della nostra nazione. Con i giovani dobbiamo tornare a camminare insieme, dobbiamo cercare di tirare fuori in loro una scintilla. Devono tornare a pensare da rivoluzionari, a teorizzare e costruire una società in cui la felicità di tutti sia la condizione della felicità di ognuno di noi. Una società dove non ci siano disuguaglianze. Allora sì che la mafia non esisterebbe più. Per farlo devono però tornare a incontrarsi, abbandonare quel modo virtuale a cui la pandemia ci sta sempre più abituando. Tornare a ipotizzare nuovi spazi di incontro e confronto che oggi purtroppo non ci sono più e sono stati sostituiti proprio da quelli virtuali”.

La mafia. Più longeva dell’Italia. Un apparato che ormai ha i suoi tentacoli ovunque: “Non è più solo quella del pizzo o dell’eroina – spiega -. La mafia oggi è quella che rischia di mettere le mani sulla ricostruzione dell’Europa, quella che specula in borsa, che lucra sul traffico dei migranti. Per la mafia gli esseri umani sono soltanto oggetti per far soldi. La vita non ha valore, hanno valore solo i soldi”. La vita, come quella strappata a Peppino Impastato, il giornalista che non aveva paura di deridere il potere mafioso: “Cos’è rimasto del suo pensiero? Vedere ogni anno 10mila persone partecipare al suo corteo è un segno tangibile di quanto sia ancora forte la sua figura. Ma il suo messaggio era più complesso e più profondo. Non sfidavamo solo la mafia, noi lottavamo per costruire una società più giusta in cui la mafia non potesse più attecchire. Il nostro dovere è dare ai giovani un messaggio globale del pensiero di Peppino Impastato”.

LA MAFIA UCCIDE, IL SILENZIO PURE

‘La mafia uccide, il silenzio pure’ fa parte di una serie di eventi inseriti nel progetto L’Atelier Koinè per porre l’attenzione sui drammatici eventi legati alle stragi di mafia e invitare gli studenti a riflettere, con l’aiuto di ospiti, sul valore della legalità. Oltre a Salvo Vitale porteranno a loro testimonianza: il 12 maggio Salvatore Borsellino, fratello di Paolo il giudice ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992, il 24 maggio Capitano Ultimo che arrestò Toto Riina e Franco Lannino fotoreporter delle stragi di mafia. Il progetto “L’ Atelier Koinè” si propone di tenere acceso un faro che ogni anno si illuminerà su fatti e personaggi accaduti che sono storia, ma anche quotidiano.