Pyrgi, il porto che guardava il Mondo

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C’era un tempo in cui il mare tra l’Italia e la Sardegna era un’“autostrada” affollata di triremi, navi onerarie, mercanti fenici, greci ed etruschi. Al centro di questo traffico frenetico, Pyrgi (dal greco Pyrgoi: torri, fortezze), il porto internazionale di Caere, l’odierna Cerveteri, una delle città più sfarzose dell’Etruria.

 

Dove oggi le onde lambiscono il Castello di Santa Severa, un tempo sorgeva uno degli scali più ricchi e cosmopoliti del Mediterraneo, teatro di incontri e scambi che hanno cambiato la Storia.

Chi arrivava dal mare restava abbagliato. Prima ancora di scorgere i templi dove l’etrusca Uni e la fenicia Astarte erano venerate insieme, le strutture del porto promettevano un approdo sicuro: oggi, grazie alle moderne indagini di archeologia subacquea, sappiamo che si trattava di un’infrastruttura complessa che si estendeva per centinaia di metri oltre l’attuale linea di costa.

Immaginate il rumore delle gomene, l’odore di spezie, vino e metalli. Il porto di Pyrgi era un emporio, dove le leggi del commercio superavano le barriere culturali: qui si scambiavano vasi greci raffinatissimi destinati alle mense dei nobili etruschi con il ferro estratto dalle miniere della Tolfa e dell’Elba.

L’abitato etrusco non era solo un insieme di magazzini. Era una città vera e propria, con isolati regolari separati da strade ortogonali. Le case dei mercanti e degli artigiani si estendevano proprio nell’area oggi racchiusa dal borgo medievale. Qui, la vita ferveva tra botteghe di ceramisti e officine metallurgiche che lavoravano il metallo.

A pochi metri di profondità, proprio di fronte alle antiche mura, giacciono i resti di imponenti moli in massicciata di pietra. Queste strutture, documentate dalle ricerche del Centro Studi Marittimi del Museo Civico e del GATC coordinate dal direttore del Polo Museale Flavio Enei, formavano un bacino protetto, una vera e propria darsena capace di ospitare le grandi navi cariche di anfore vinarie e lingotti di metallo.

Esplorare l’area sommersa di Pyrgi è come sfogliare un libro scritto sul fondo del mare: ogni pietra oggi coperta di alghe è stataun tempoil punto di attracco per mercanti che parlavano lingue diverse, rendendo questo tratto di costa tra i più noti “hub” dell’antichità.

Con l’ascesa di Roma, il destino di Pyrgi mutò. Nel III secolo a.e.c. divenne una colonia marittima romana, col tempo l’antico splendore etrusco fu letteralmente “coperto” dalle ville patrizie e infine dal castello medievale che ammiriamo oggi, letteralmente “seduto” sopra secoli di Storia.

In effetti, se i Greci e gli Etruschi diedero a Pyrgi il suo nome e la sua fama, furono i Romani a conferirle l’aspetto di una fortezza inespugnabile. Quando Roma intorno al 264a.e.c.decise di stabilire qui dapprima un castrum poi una colonia maritima per difendere il litorale dalle incursioni cartaginesi, non badò a spese.

Le mura romane di Pyrgi sono uno degli esempi più spettacolari di opera poligonale. Ma cosa le rende così speciali?Incastri perfetti: a differenza dei muri a mattoni o blocchi quadrati, qui ogni masso è un pezzo unico, tagliato con angoli irregolari ma precisi al millimetro. Le pietre venivano “giuntate” a secco, senza un grammo di cemento: sono la pura forza di gravità e l’attrito a tenere in piedi la struttura da oltre duemila anni.

La superficie esterna veniva accuratamente levigata a “bugnato”, conferendo alle mura un aspetto liscio e monumentale che doveva apparire quasi argenteo sotto il sole.

La cinta muraria romana formava un rettangolo di circa 220 x 250 metri, i blocchi potevano pesare diverse tonnellate l’uno, un’impresa logistica enorme se si pensa che venivano sollevati e posizionati con l’ausilio di complesse macchine di legno e funi (i polyspastoi) simili alle nostre gru.

Perché i Romani usarono questa tecnica così faticosa e costosa invece dei più semplici blocchi squadrati?

Secondo alcuni storici la scelta, oltre che squisitamente tecnica legata al materiale disponibile in loco, fu anche ideologica: l’opera poligonale richiamava le mitiche mura costruite dai Pelasgi, antica popolazione pre-ellenica stanziata in Ellade prima della comparsa delle stirpi greche le cui origini restano avvolte nel mito; adottando questo stile, Roma voleva forse legittimarsi come erede delle grandi civiltà del passato, costruendo qualcosa che desse l’idea di “eterno” e indistruttibile.

Circa 500 metri di mura sono ora nuovamente visibili e possono essere ammirate dai visitatori, ripulite dalla coltre di rovi e di detriti che l’avevano nascoste, grazie all’intervento svolto nel 2014 dal Museo Civico di Santa Marinella, in collaborazione dai volontari del Gruppo Archeologico del Territorio Cerite (Gatc), e la soprintendenza Archeologica per l’Etruria Meridionale.

Il Castello, sorto intorno all’XI secolo, fu in seguito costruito utilizzando i blocchi di calcare e i marmi delle strutture romane. Ancora oggi, se si osservanole mura della fortezza, è facile riconoscere i giganti di pietra romani, solidi e severi, e al disopra le aggiunte medievali, più sottili. Un vero manuale di architettura a cielo aperto, un palinsesto di pietra.

Camminando lungo la spiaggia al tramonto, tra i blocchi ciclopici che affiorano dalla sabbia, si raggiunge la consapevolezza che Pyrgi non è solo un sito archeologico, ma la testimonianza di un’Italia che tremila anni fa era il cuore pulsante e multiculturale del mondo conosciuto.

Claudio Tanari (Gruppo Archeologico del Territorio Cerite)