PROPRIETA’ TERAPUTICHE DEL CARCIOFO

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Cynarascolymus (il Carciofo) è una pianta appartenente alla famiglia delle Compositae da sempre apprezzata dall’industria farmaceutica per le sue attività colagoghe (facilità il deflusso della bile), coleretiche (stimola la secrezione biliare), epatoprotettrici, disintossicanti e diuretiche.

La proprietà detossicante riguarda fegato e reni con associata una riduzione, seppur modesta, di colesterolo nel sangue. L’azione coleretica ed epatoprotettrice di estratti di carciofo contribuisce a diminuire l’azotemia stimolando la trasformazione epatica di molecole azotate, non adeguatamente elaborate da un fegato “malandato”, in urea meno tossica e diffusibile attraverso il rene.

Numerosi sono i costituenti principali del carciofo: acidi fenolici (acido caffeinico, acido cloragenico, cinarina); flavonoidi (rutina, glucosidi della luteina); lattonisisquerpenici (cinarapicrina, deidrocinarapicrina, grosseimina, cinaratriolo); fitosteroli; polisaccaridi; tannini e un olio essenziale.

L’azione protettiva epatica ed antitossica si deve soprattutto alla cinarina: sembra di sentire l’eco lontano di Ernesto Calindri: Cinar contro il logorio della vita moderna.
Ai flavonoidi (in particolare ai glucosidi della luteina e all’acido caffeico) è dovuta la stimolazione delle cellule epatiche nella produzione della bile (azione coleretica). La cinarina, oltre ad attivare la secrezione di bile, contrasta la formazione di “sabbia biliare” favorendo l’espulsione del colesterolo.

Per quanto concerne l’azione colagoga (facilitazione del flusso biliare) si è visto che l’impiego di estratti di carciofo è in grado di incrementare il flusso biliare fino al 90% in più rispetto ai valori di base. Ciò significa che è tutto il vegetale, anche nelle sue componenti più banali associate ai principi attivi, quello che contribuisce all’azione detossicante e di tutte le altre attività sopraelencate. <Il tutto è più che la somma delle parti> (Pelt).

La bile, specie se densa per cattiva alimentazione, diviene più fluida, scivola vi dai dotti biliari, presenti nello spazio portale dei lobuli epatici, alle due radici del dotto epatico e, dopo essersi concentrata, tramite il dotto cistico nella cistifellea, prosegue nel dotto coledoco che sfocia nel tratto duodenale dell’intestino, facilitando grazie anche all’amilasi pancreatica, la digestione.

Precisiamo una nozione basilare. Gli estratti di carciofo (estratto secco, fluido), gli infusi, i decotti, le T.M. (Tintura Madre), ossia la vera droga fitoterapica benefica, non è quella contenuta, nell’ortaggio commestibile e gustoso, dei capolini, avvolti nelle brattee carnose. Non è quello che si mangia a casa, al ristorante, nei banchetti “sagraioli” (cartoccio di carciofi fritti).

I preziosi principi attivi, combinati con componenti più comuni, si trovano nelle foglie caulinare (dette anchecauline), ossia quelle sono inserite sul fusto (e non formano rosetta alla sua base). Sono proprie le foglie attaccate al fusto, quelle che strappiamo e buttiamo via, quelle che vengono utilizzate in fitoterapia (coltivazioni biologiche non contaminate).

Ciò non toglie che, seppur in piccole parti, anche i favolosi carciofi romaneschi siano di aiuto per il fegato, se non fritti o cucinati con intingoli grassi.
Secondo le ultime ricerche cliniche estratti di carciofo (E.S. estratto secco; E.F. estratto fluido) e la T.M. (CynaraScolymus 30 gtt tre volte al di dopo i pasti), oltre a confermare una seppur modesta aione contro l’eccesso di colesterolo e trigliceridi, contribuirebbero alla rigenerazione del parenchima epatico, al miglioramento delle funzioni escretrici e motorie del canale digerente facilitando la peristalsi intestinale.

E ancora. Cynarascolymus sarebbe capace di ridurre, grazie all’accelerazione diuretica del metabolismo dell’etanolo, la presenza di alcol nel sangue.

Nota storica – mitologica. Zeus punì Prometeo, che aveva donato il fuoco agli uomini, imprigionandolo su una roccia del Caucaso. Di giorno un’aquila lo perseguitava staccandogli un pezzettino di fegato che, incredibilmente, si rigenerava rapidamente di notte. Le cellule epatiche sono clinicamente in grado di riprodursi. Una lesione che ci viene dal passato.

di Aldo Ercoli