Pier Paolo Pasolini è la storia del “mistero” del cuore umano

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di Antonio Calicchio

Quella di Pier Paolo Pasolini è la storia del “mistero” del cuore umano, un mistero strano, contraddittorio, oscuro, in quanto è sì un giallo, ancora parzialmente da chiarire, ma è principalmente il mistero di un uomo, un mistero profondo, che ha percosso l’anima intera di un Paese. E’ il mistero di uno degli intellettuali più acuti, vivaci e dibattuti che l’Italia abbia mai espresso. Uno dei più originali, ma, al contempo, uno dei più contraddittori. E’ il mistero della morte di un poeta.

E’ l’una e mezza di notte, del 2 novembre 1975 e, sul lungomare di Ostia, vi è una gazzella dei carabinieri di pattuglia. Un’Alfa 2000 Gt le passa davanti, contromano, in senso vietato. Non si arresta all’alt, tanto che i carabinieri compiono una inversione di marcia, lanciandosi all’inseguimento. Raggiungono l’Alfa nei pressi di uno stabilimento balneare, la stringono contro la carreggiata, obbligandola a rallentare e a fermarsi.

Il carabiniere sceso dalla gazzella non fa in tempo a distinguere il conducente che l’Alfa riparte, fuggendo. La gazzella si lancia nuovamente all’inseguimento sul lungomare: i carabinieri raggiungono l’Alfa, la stringono ancora contro il marciapiede e i carabinieri tirano fuori il mitra, facendolo vedere, così la macchina si ferma.

Pare la scena di un film e, invece, è cronaca, vera; dall’auto scende non un attore, ma un ragazzo che tenta di scappare a piedi e viene preso dai carabinieri, che gli girano un braccio dietro la schiena e lo ammanettano.

Il ragazzo è Pino Pelosi, 17 anni, con qualche precedente per furto, chiamato, nel giro, “la rana”. Ma perché scappava? In primis, perché minorenne e non potrebbe nemmeno guidare; poi, ha rubato l’auto, nel quartiere Tiburtino – afferma – vicino alla sua abitazione. Ad Ostia – prosegue – è andato per accompagnare un amico, ha visto i carabinieri, si è spaventato ed è fuggito. Sanguina alla testa, da una ferita. Perché? Ha battuto la testa contro il volante quando è stato fermato. L’auto di chi è? Dalla carta di circolazione si evince che appartiene a Pier Paolo Pasolini, scrittore, poeta, regista. E Pino Pelosi, alias la Rana, viene tradotto nel carcere dei minori di Casal del Marmo.

Però, Pelosi, prima, domanda ai carabinieri che tornino alla macchina, a cercare qualcosa, un pacchetto di sigarette e un accendino, insieme ad un anello d’oro, con una pietra rossa e la scritta “United States Army”. Ha il segno dell’anello intorno al dito, lo mostra ai carabinieri che, però, non trovano nulla. Viene portato in carcere e l’Alfa alla rimessa, e là i carabinieri si rendono conto che dentro vi è un pullover verde, un vecchio maglione usato e logoro. E’ sul sedile posteriore, unitamente al giubbotto e al maglione di Pelosi, e ad altri indumenti. Vi è anche un plantare, per scarpa destra. Alle 3,00 di notte, i carabinieri avvisano i genitori di Pelosi. Caso risolto: un furto sventato ancor prima che fosse commesso.

Ed invece, vi è qualcos’altro. In carcere, appena giunto, Pelosi parla col suo compagno di cella, dicendogli quello che ha fatto: ha ucciso Pasolini.

Alle foci del Tevere, vicino ad Ostia, vi è una spianata in un luogo denominato Idroscalo. E’ un luogo popolare, degradato, ricco di piccole case abusive che sono poco più che baracche. E il corpo di quell’uomo si trova là, accanto ad una piccola strada in terra battuta che unisce Ostia a Fiumicino, in mezzo a un piccolo campo da calcio recintato. A fianco a lui e sotto di lui, vi sono pezzi di legno insanguinati, ciocche di capelli e un anello, d’oro, con una pietra rossa e la scritta “United States Army”. Non molto distante, accanto all’ingresso del campetto, vi è una camicia di lana, a righe, imbrattata di sangue, sul dorso e sulle maniche. E una tavoletta sporca di sangue e di capelli, un’altra rotta in due pezzi, con su scritto “via dell’Idroscalo”. Vi sono, inoltre, tracce di pneumatici che, dalla porta del campetto, giungono sino all’uomo. Poi, vi è lui, steso in avanti, e i carabinieri lo girano sulla schiena: l’uomo è stato massacrato. I carabinieri lo conoscono, tutta l’Italia lo conosce, ma occorre un riconoscimento ufficiale di un parente o di un amico; uno di questi è Ninetto Davoli, attore.

La morte di Pasolini colpisce l’Italia intera; alle esequie partecipa una folla di intellettuali, attori, registi, scrittori, persone comuni. Moravia, ad un microfono, urla: “Abbiamo perso, prima di tutto, un poeta, e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo! … Ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo! Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta. Il poeta dovrebbe esser sacro!”.

Pasolini è uno degli intellettuali più attivi in quegli anni, e più originali; un intellettuale di sinistra, vicino al P.C.I., ma anche critico nei suoi riguardi. Un omosessuale che non fa nulla per nascondersi. E’ uno che non passa inosservato. Poeta, romanziere, autore di Ragazzi di vita, Una vita violenta, è uno degli scrittori maggiormente attenti alla realtà mutevole, primariamente a quella nascosta, poco narrata delle borgate, degli emarginati, di ciò che, un tempo, si chiamava sottoproletariato. Poeta, scrittore ed anche regista, di Accattone, Mamma Roma, Uccellacci Uccellini. E’ anche giornalista ed editorialista del Corriere della sera, su cui scrive nell’ambito della rubrica Scritti corsari. E’ un osservatore dei costumi e dei cambiamenti sociali, scevro in toto da pregiudizi e da vincoli di natura politica. Una persona che guarda, osserva, studia e dice ciò che pensa, senza guardare in faccia a nessuno, con una assoluta sincerità e proprio per questo così viene considerata da molti scandalosa.

In un articolo sul Corriere della sera, del novembre 1974, dal titolo Che cos’è questo golpe?, che, in una successiva raccolta, verrà chiamato Il romanzo delle stragi, egli scrive, io so, so chi ha compiuto le stragi, chi ha tramato, chi ha coperto e depistato … Un uomo siffatto, se è onesto e libero, allora dà fastidio; un intellettuale siffatto, è scomodo.

Un intellettuale, uno scrittore, un regista, un poeta, massacrato sulla spianata dell’Idroscalo, da un ragazzo di 17 anni, dal momento che Pelosi, detto la Rana, confessa immediatamente; del resto, pizzicato al volante della sua auto, con l’anello, d’oro, con la pietra rossa e la scritta “United States Army”, proprio vicino al corpo di Pasolini, altro non poteva fare se non confessare. Ma com’è successo?

Ore 22,30, p.zza dei Cinquecento, a Roma, dinanzi alla stazione Termini. Pelosi è fermo coi suoi amici avanti al chiosco di un bar allorché si avvicina un’Alfa 2000, da cui scende un uomo che va a parlare con uno dei ragazzi, proponendogli di fare un giro, ma quest’ultimo rifiuta. Ed allora, l’uomo si avvicina a Pelosi avanzandogli la medesima proposta. Pino la Rana è giovane, ma è “scampanato”, non è uno che dorme, comprende la situazione e sa cosa vuole quell’uomo; accetta e sale insieme a lui. Ma torna prima nel bar a consegnare le chiavi della macchina ad un amico.

“Dove vogliamo andare?”, domanda Pelosi all’uomo. “Dove vuoi tu”, risponde l’uomo. Sono quasi le 23,00 e l’uomo lo porta in una trattoria dove tutti lo conoscono, ma Pelosi non l’aveva mai visto prima. Là rimangono per una mezz’ora, poi, escono, Pasolini fa benzina e imbocca una via alberata, direzione Ostia.

Ore 24,00, Idroscalo di Ostia; l’Alfa 2000 si apparta nel piccolo campo di calcio, accanto alla porta. Fra i due comincia un rapporto sessuale che, però, si interrompe: è sempre Pelosi a raccontare, A.D.R. Questi esce dalla macchina, si avvicina alla recinzione e Pasolini lo segue. Vuole qualcosa che Pelosi non intende fare e, quando si ribella, egli diviene violento. Afferra un bastone e ha un viso da matto che gli fa paura. Pelosi fugge e l’uomo gli corre dietro. Il ragazzo scivola e cade sulla schiena. E’ sempre Pelosi che racconta, A.D.R. L’uomo lo raggiunge e, quando egli tenta di divincolarsi, lo colpisce alla testa col bastone, Pelosi ancora scappa e l’uomo lo colpisce nuovamente. Ed allora, il ragazzo prende una tavoletta per terra e la rompe in testa all’uomo, gli sferra calci, lo prende per i capelli, ma nulla. Pelosi sostiene che l’uomo barcolla, ma non si arrende: “Ti ammazzo”, e gli dà una bastonata. Pelosi perde il controllo e lo colpisce con la tavoletta finché Pasolini non cade a terra. E poi? E’ sempre Pelosi a raccontare, A.D.R. Si dirige verso l’Alfa portando con sé i due pezzi della tavoletta e il bastone che getta vicino alla recinzione; sale in auto e fugge. Nell’andare via, sente la macchina sobbalzare, ma non capisce il motivo. Si ferma alla fine della strada ad una fontanella e, poi, riparte. Ore 1,30, lungomare di Ostia. La gazzella dei carabinieri vede passare l’Alfa 2000, di corsa e contromano, e ha inizio l’inseguimento. A.D.R., Pino Pelosi la Rana, dice sempre le stesse cose, in cinque interrogatori, senza cadere in contraddizione. Per i carabinieri è tutto chiaro e lineare: Pasolini è stato assassinato da un ragazzo che aveva adescato per avere un rapporto sessuale a pagamento. Caso chiuso.

Una storia sconcertante e sconveniente che suscita disprezzo e derisione da destra, la parte politica contro cui Pasolini rivolgeva i suoi attacchi più forti, ma anche imbarazzo a sinistra e, tanto più, nel P.C.I. che, in molti casi, prende le distanze.

Un intellettuale scomodo che non guarda in faccia a nessuno, capace di comprendere le trasformazioni sociali anche dalla scomparsa delle lucciole in campagna, e di evidenziare le contraddizioni di quegli anni, sebbene non siano politicamente corrette, sebbene disturbino. E vi è una sua poesia, Il Pci ai giovani!, scritta a seguito degli scontri di Valle Giulia, a Roma, nel marzo 1968. Quattromila studenti che vogliono occupare la facoltà di architettura contro i poliziotti della celere: la contestazione di sinistra contro la reazione conservatrice. Attenti, dice Pasolini: “Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte / coi poliziotti, / io simpatizzavo coi poliziotti! / Perché i poliziotti sono figli di poveri”.

E da quando parte da Casarsa e giunge nella capitale, da quando la sua voce inizia a farsi sentire a livello nazionale, Pasolini riceve una persecuzione giudiziaria; solo per i suoi film, viene denunziato trentatré volte. Mamma Roma, La ricotta, Decameron, I racconti di Canterbury, Salò o le 120 giornate di Sodoma sono accusati di offesa al comune senso del pudore, oltraggio alla religione, vilipendio. Vengono censurati, sequestrati e, poi, scagionati e dissequestrati. Viene denunziato per diffamazione a mezzo stampa dal sindaco di Cutro, accusato di aver rapinato in un bar del Circeo: scemenze, falsità, assurdità, accuse che crollano.

Tuttavia, Pasolini non è solamente odiato e disprezzato, ma è anche amato e stimato da molte persone, intellettuali, scrittori o semplici lettori e spettatori. E, ad alcuni di essi, la spiegazione del mistero della sua morte, fornita da Pelosi, non basta, e il giallo non pare, poi, così risolto. Inizia Oriana Fallaci, sul settimanale L’Europeo, secondo la quale la spiegazione è più complessa.

Un testimone comunica ai giornalisti che Pasolini era entrato in una baracca con Pelosi e due motociclisti che, successivamente, l’avevano inseguito fino al campetto, colpendolo con una catena. Un altro testimone riferisce, sempre ai giornalisti, che Pasolini è stato ammazzato in quanto faceva troppe domande sul racket dei ragazzi di vita. Un altro ancora – “il Ragazzo Che Sa” l’appella la Fallaci – afferma che Pasolini è caduto in un agguato organizzato per rapinarlo e che è stato ucciso per aver reagito. Si tratta di strane dichiarazioni che non reggono molto. I testimoni individuati ritrattano, uno fa risalire le sue notizie a fonti “parapsicologiche”.

Al di là di queste indagini e rivelazioni, la spiegazione offerta da Pelosi non convince molti. Particolarmente, Graziella Chiarcossi, cugina di Pasolini, con cui egli condivideva l’appartamento, la sua amica Laura Betti, gli avv.ti Marazzita e Calvi. Si costituiscono parte civile per seguire le indagini ed il processo. Ed infatti, alcuni elementi della ricostruzione di Pelosi non quadrano.

Torniamo indietro. Ore 21,30, Pasolini cena in un ristorante del quartiere S. Lorenzo, con Ninetto Davoli e la moglie. Il proprietario del ristorante dichiara che intorno alla macchina di Pasolini vi erano quattro, cinque ragazzi. E chi erano quei ragazzi? Pasolini va via; va alla stazione, carica Pelosi, ma, prima di andare con lui, quest’ultimo torna indietro, nel bar, per consegnare le chiavi della sua auto. Ricordiamo questo. Sulla base della perizia di parte, emerge che Pasolini è morto poiché l’Alfa gli è passata sopra. Prima, però, è stato massacrato. Con che cosa? Col bastone verde, leggero e fradicio di umidità? O con la tavoletta, anch’essa fradicia? La camicia di Pasolini è stata rinvenuta dietro la porta del campetto, lontano dal corpo. E se le cose si sono verificate come ha raccontato Pelosi – Pasolini lo insegue, cade a terra in conseguenza della colluttazione – allora come è finita lì la camicia? E non vi è soltanto quella laggiù, vi sono pure altre impronte, impronte di scarpe dalla suola gommata che non corrispondono a quelle di Pasolini, né, tantomeno, a quelle di Pelosi. Non sono neanche dei ragazzini che giocavano a pallone, arrivati nel corso dei rilievi.

Poi, l’anello. Pelosi asserisce essergli caduto durante la colluttazione, ma è un anello molto stretto. Anche su Pelosi vi è qualcosa che non torna. Le ferite, intanto. A prescindere da una escoriazione frontale, Pelosi non ne ha. Pasolini ha 53 anni, è una persona dinamica e sportiva che avrebbe reagito e si sarebbe difeso; Pelosi è un ragazzo di 17 anni, di sessanta chilogrammi di peso, ma Pasolini è stato massacrato. Poco sangue su Pelosi, molto poco all’interno della vettura, ma una piccola macchia sul tetto della stessa, come se qualcuno vi si fosse appoggiato con la mano sporca di sangue per aprire lo sportello. E chi? Non certo Pasolini, ed è difficile che l’abbia fatto Pelosi. Lo sportello è quello di destra.

Vi sono, ancora, due elementi. Il maglione rinvenuto sul sedile posteriore, non appartiene a Pasolini, né a Pelosi, e non è nemmeno uno straccio per pulire l’auto: è un maglione usato, di qualcuno. Chi? E il plantare trovato in macchina. Pasolini non lo portava e neanche Pelosi; di chi è?

Cosa vuol dire tutto ciò? Per gli avvocati di parte civile, Marazzita e Calvi, significa che, quando Pasolini è morto, Pelosi non era solo. A loro avviso, Pelosi, probabilmente, non prende proprio parte all’assassinio. Giungono altre persone che trascinano fuori Pasolini dalla macchina, aggredendolo, picchiandolo, colpendolo. Pasolini tenta di fuggire, si toglie la camicia, si asciuga il sangue, poi, cade, in mezzo al campo. Gli aggressori vanno via, Pelosi sale in macchina per fuggire e, mentre effettua manovra, passa sul corpo di Pasolini, forse, involontariamente, e lo ammazza. E’ possibile, ma per quali ragioni? Per ragioni di natura politica, sostiene la parte civile. Ma occorre intendersi in quale senso.

Il primo processo si conclude il 26 aprile 1976, presso il tribunale dei minori di Roma; nel rinvio a giudizio, Pelosi era solo, come autore del fatto, ma, nel corso della fase dibattimentale, il tribunale accoglie le tesi di parte civile e il processo termina con la condanna di Pelosi a nove anni e sette mesi, dieci giorni e trentamila lire di multa, per atti osceni, furto aggravato e omicidio volontario. Si badi: omicidio volontario “in concorso con altre persone rimaste ignote”. L’imputato e il procuratore generale propongono appello e, il 4 dicembre 1976, la sez. per i minorenni della Corte d’Appello di Roma assolve Pelosi dall’imputazione di atti osceni e furto aggravato, confermando la condanna per omicidio, senza più il concorso di ignoti. Il 26 aprile 1979, la corte suprema di cassazione conferma la prima sentenza, ritenendo poco probabile il concorso di altri soggetti. Caso chiuso, con molti dubbi, come accade spesso a un “delitto italiano”, come lo chiamerà un film di Marco Tullio Giordana, Pasolini, un delitto italiano. Pasolini è uno di quegli intellettuali che non riescono a non lasciare il segno; le sue considerazioni, manifestate attraverso un saggio o un verso poetico o l’immagine di un film, hanno diversi decenni, ma conservano una incontestata attualità. Viene da domandarsi cosa penserebbe, adesso, della televisione, della situazione politica, della globalizzazione: ne aveva già discusso allora, oltre quarant’anni fa.

Ma perché è morto Pasolini? Le ipotesi rimangono aperte. Assassinato da un ragazzo di borgata, simile a quei “ragazzi di vita” di cui aveva scritto, per effetto di un litigio nel corso di un rapporto sessuale clandestino. Assassinato da Pino Pelosi la Rana, da solo.

Ovvero, ucciso da altri per una “lezione” da dare ad una persona come lui, omosessuale e di sinistra, da attirare in una trappola. Pelosi viene avvicinato da Pasolini, torna al bar per consegnare le chiavi e, frattanto, avvisa gli amici, anch’essi ragazzi di borgata, simili ai protagonisti dei suoi romanzi. Che lo seguono, lo tirano fuori dall’auto e lo massacrano, spinti dalla violenza della nuova gioventù che Pasolini aveva già descritto, dall’odio – anche di carattere politico – nei confronti di un uomo come lui, “gay e comunista”.

Oppure, ammazzato con premeditazione, da qualcuno che coordina l’azione, attende che si presenti il momento opportuno e, quando giunge, raccoglie le persone ed ordina il massacro, dato che Pasolini è un intellettuale scomodo, che dà fastidio.

Il mistero resta. Ed è destinato a rimanere fino a quando chi sa, tace. Ma il mistero maggiore è lui, Pasolini, uomo con molte contraddizioni, discusso, amato, odiato, imbarazzante, anche per la sua fine, anche quella contraddittoria. Un uomo in grado di rappresentare l’oscenità senza essere osceno; di criticare, analizzare, colpire e, allo stesso tempo, di farlo come un atto d’amore. Esiste un reportage realizzato per il cinema. Si tratta di interviste lungo l’Italia a persone di tutti i generi e di tutte le classi sociali, studenti, operai, militari, prostitute, intorno a tematiche, per allora, scabrose, come l’educazione sessuale, il divorzio, l’omosessualità. Le persone rispondono come rispondono le persone, soprattutto quelle di allora, ma si nota con quanta passione, quanto interesse e quanta delicatezza Pasolini conduce l’inchiesta. Con quanta tenerezza riesce a chiedere ai bambini come nascono i bambini; con quanta ingenuità, di poeta. Il reportage si intitola Comizi d’amore: ed infatti, sono proprio questo, “comizi d’amore”.

E’ un mistero strano, quello di questo delitto; non solamente perché è un giallo, in parte irrisolto, ma proprio perché la vittima è lui, Pasolini. E come diceva Moravia ai suoi funerali, è morto un poeta.

Una canzone che cantava Domenico Modugno in un film, fu scritta da Pasolini. Si chiama Che cosa sono le nuvole? e una della strofe dice: “Ch’io possa esser dannato / se non ti amo. / E se così non fosse / non capirei più niente. / Tutto il mio folle amore / lo soffia il cielo / lo soffia il cielo … così”.

Il protagonista di una serie di romanzi gialli di Augusto De Angelis si chiamava De Vincenzi, commissario; un giorno, in uno di quei romanzi, il commissario De Vincenzi dice che quel che lo porta a fare il suo mestiere, ad impegnarsi, con passione, in indagini difficili, complicate e, talvolta, pericolose, non è la curiosità di sapere chi è stato, bensì è un mistero più grande, quello del cuore umano. E quella di Pasolini è proprio – come osservato all’inizio – la storia del mistero di un uomo.