Paolo e Francesca

0
563

Una cosa è sicura… in questa tristissima vicenda hanno sbagliato tutti, tranne la povera Francesca.

di Furio C Falvo

La storia tragica e appassionante di Paolo e Francesca muove ogni anno turisti e innamorati verso la rocca di Gradara, nei pressi di Rimini, ai nostri giorni in provincia di Pesaro-Urbino. E poco importa se dell’insanguinato epilogo della vita di entrambi si sappia di fatto così poco da non poter distinguere il filo storico dall’artefatto letterario, che giunge fino a noi essenzialmente attraverso Dante e Boccaccio. Cronaca di vita reale e leggenda metropolitana si intersecano in questo caso come di rado accade.

Paolo e Francesca, vale la pena metter subito in chiaro, sono personaggi storici di comprovata solidità. Non siamo di fronte, quindi, a un Romeo e Giulietta ante litteram. Paolo Malatesta e Francesca da Rimini, dei Da Polenta, sono veramente esistiti e le loro famiglie si sono trovate a capo di Signorie locali, dislocate fra le alte Marche e la Romagna, certamente nella seconda metà del Duecento.

Cerchiamo di vedere come e perché finiscono nel V Canto dell’Inferno di Dante, condannati a vagare, sospinti dall’impeto di un vento irrevocabile, nel girone dei Lussuriosi. Di mezzo, lo sappiamo, c’è un peccato di adulterio. Colpa grave, che già oggi spezza cuori e famiglie, figurarsi in un’epoca in cui l’unione matrimoniale era vincolata dal Sacramento indissolubile. Figurarsi poi, anche di più, se la morte sopraggiungeva improvvisa e imprevedibile, a peccato mortale appena consumato.

Sta di fatto che il drammatico finale della vita dei due amanti ci viene raccontato proprio dalla Divina Commedia che in questo senso va assunta anche come (probabile) fonte storica. Probabile perché in effetti altre fonti non esistono. Forse, perché cancellate dai registri per il buon nome dei protagonisti.

In ogni caso, siamo fra il 1283 e il 1285, e ciò che Dante scrive è ancora una volta “probabile” frutto di un racconto che il poeta può aver personalmente ascoltato da Bernardino da Polenta, fratello di Francesca, in occasione della battaglia di Campaldino, che nel giugno del 1289 oppose i Guelfi di Firenze ai Ghibellini di Arezzo. Che i due si siano conosciuti in tale circostanza e che abbiano avuto modo di parlare della sorte di Paolo e Francesca è verosimile quanto il contrario.

E’ tuttavia certo che fossero entrambi in campo, in occasione del celeberrimo scontro.

Stando perciò a Dante, Paolo e Francesca si trovano insieme nella stanza da letto di lei e leggono le gesta e l’amore di Ginevra e Lancillotto, quando la passione ha il sopravvento e si scambiano un bacio – che Francesca rivela, nel predetto V Canto dell’Inferno, esser stato casto – e che fornisce al marito di lei, Giangiotto Malatesta, ragione più che sufficiente per lavare col sangue il tradimento.

Giangiotto, infatti, irrompe nella stanza da letto e li coglie in fragrante, sfodera la spada e si avventa contro suo fratello Paolo… il resto lo lasciamo a dopo.

A questo punto, c’è da mettere infatti in premessa il racconto di Boccaccio, che al contrario di Dante fissa l’attenzione non sul finale, bensì sugli inizi di questa penosa vicenda, anch’essi a tinte fosche. Anni prima, infatti, il padre di Francesca, Guido Minore da Polenta, aveva ricevuto un prezioso e fatale contributo da parte di Giangiotto nella lotta contro i Traversari, nemici storici dei da Polenta, che vennero scacciati da Ravenna proprio grazie al provvidenziale aiuto fornito da Giangiotto.

In seguito a tale episodio, Guido da Polenta, sente di volersi sdebitare con i Malatesta e pensa che offrire la mano di sua figlia Francesca al valente condottiero Giangiotto possa essere la via più opportuna non solo per rendergli grazie, ma anche per suggellare l’alleanza fra le due famiglie Guelfe.

Ma c’è un problema.

A Francesca Giangiotto non interessa affatto, anche perché il poveruomo ha un difetto fisico che non gioca davvero a suo vantaggio. Il suo nome infatti sarebbe Giovanni, ma in afflato con Ciotto, ossia zoppo, sciancato: si pensa per una ferita subita in battaglia. Per di più, secondo il Boccaccio, Francesca aveva messo gli occhi sul fratello di lui, Paolo, definito invece come uomo di bell’aspetto, dai modi gentili, prestante e piacente nell’insieme. Temendo quindi che Francesca avrebbe rifiutato di sposare Giangiotto, ecco che i due capi casata ordirono la trappola della quale Paolo si sarebbe reso corresponsabile. Malatesta da Verrucchio, che Dante chiama Mastin Vecchio (padre di Giangiotto e Paolo) insieme a Guido Minore da Polenta, come già detto padre di Francesca, trescarono così – stando al racconto di Boccaccio – per ingannare la giovane, alla quale fu fatto credere che avrebbe sposato proprio Paolo, con una messa in scena a dir poco criminale. Al matrimonio, infatti, si presentò Paolo, inducendo Francesca ad un errore irreparabile. Lei infatti convolò volentieri alle nozze, finendo però per sposare per procura Giangiotto, a propria insaputa.

Un imbroglio legale a fini politici che rovinò la vita a tutti.

Probabilmente mosso dai sensi di colpa, Paolo finì col far visita di frequente a Francesca, tentando forse di farsi perdonare per aver aderito al raggiro. Ora, va detto, che nella famiglia Malatesta c’era un altro figlio maschio, fratello di Giangiotto e Paolo, e anche lui mutilato… Malatestino dell’Occhio, il quale – per completare il quadro – era guercio. Probabile lascito di uno scontro militare, la sua menomazione non gli impediva però di fare con un occhio solo quanto ai più riesce bene con due… cioè, la spia. Fu proprio infatti su probabile (ancora una volta!!) avvertimento di Malatestino che Giangiotto venne a sapere dei segreti incontri di Francesca col cognato Paolo. Fu così che un giorno, Giangiotto finse di recarsi a Pesaro dove esercitava la carica di Potestà, per poi rientrare di nascosto al Castello, proprio mentre Paolo e Francesca – eccoci tornati al finale evocato da Dante – tramortiti nei sensi dal Galeotto libro di Ginevra e Lancillotto sono appena caduti in deliquio… Giangiotto, quindi, irrompe nella stanza, sfodera la spada e si avventa contro suo fratello Paolo, considerando il tradimento di lui più grave… Paolo si vede scoperto!! E’ costretto a fuggire. Apre la botola da cui soleva entrare nella camera dell’amata e tenta di saltare giù, ma il destino esige ormai il sangue. Un lembo del mantello che indossa resta impigliato in un chiodo, e lo blocca proprio quando Francesca, nel tentativo disperato di sventare l’affondo di Giangiotto, si interpone fra marito e cognato… la spada di Giangiotto trapassa il suo ventre e nell’impeto del furore penetra anche la carne di Paolo… i due amanti si accasciano morti sul pavimento, ed entrano abbracciati nel loro eterno destino.

Siamo davvero alla Rocca di Gradara? Non si sa. Forse è il 1285, anno a decorrere dal quale non si riscontrano ulteriori notizie documentate su Paolo Malatesta. E’ proprio questa la versione dei fatti che Dante avrebbe appreso da Bernardo da Polenta di lì a qualche anno a Campaldino? E chi può dirlo…? E’ possibile. Così come è nello stesso tempo ipotizzabile che tali vicende siano state artatamente oscurate, per non nuocere ad un preciso interesse familiare e politico.

Certo, Boccaccio con la vicenda iniziale e Dante con quella conclusiva hanno aiutato il mito a prendere una forma e una forza che non sarebbe venuta meno nei secoli. Per i curiosi, non molto dopo la morte di Paolo e Francesca, Giangiotto si unì in seconde nozze con Zambrasina de’ Zambrasi di Faenza. E ben poco importa il fatto stesso che la storia dell’imbroglio matrimoniale, novellata da Boccaccio, sia considerata non del tutto attendibile in sede critica, dato che Paolo Malatesta era anch’egli sposato già dal 1270 con Orabile Beatrice di Ghiaggiolo (e questo è dato storico) ed era quindi difficile che Francesca potesse realmente credere di sposarsi con un uomo già sposato. Ma forse, la verità le era stata nascosta, tanto più che all’epoca del matrimonio, la ragazza doveva avere circa 15 anni.

Una cosa è sicura… in questa tristissima vicenda hanno sbagliato tutti, tranne la povera Francesca. Hanno sbagliato i due capoclan, Mastin Vecchio e Guido, poiché hanno inteso sancire un equilibrio politico attraverso il talamo. Ha sbagliato Giangiotto ad accettare una moglie come merce di scambio per un favore militare, sebbene pare che lui amasse veramente Francesca. Ha sbagliato Paolo, prima prestandosi per interesse familiare ad indurre Francesca in errore capitale (se si prende per buona la versione di Boccaccio) e poi tradendo sia suo fratello che sua moglie con la cognata. Vero è, secondo costume del tempo, che la pratica delle nozze combinate era usanza diffusissima. Lo stesso Paolo sembra avesse sposato Orabile di Ghiaggiolo per strappare il feudo di Forlì ai Montefeltro (Ghibellini) e permettere ai da Polenta (Guelfi) di primeggiare su un più ampio territorio, dando così vita a una famiglia prolifica, si, ma non felice. E tuttavia, è giusto notare come l’intera vicenda si risolva sul piano narrativo, attraverso le sole parole di Francesca. Nella Divina Commedia, Paolo non parla mai.

Il personaggio viene tratteggiato e scaricato da Dante nello stesso tempo. Si tratta di dettagli che potrebbero trovare spiegazione proprio nel fatto che la cronaca della tragedia Dante l’abbia effettivamente appresa da Bernardino da Polenta, fratello di lei, e quindi parte in causa nel disastroso rapporto fra le due casate. Sta di fatto che nel V Canto è Francesca a comunicare con il vivo Dante. Il poeta non fa pronunciare a Paolo una sola sillaba, delineando così un’anima la cui versione dei fatti non è di alcun interesse. Né in chiave storica, né esistenziale. Una vera ombra. La differenza di trattamento che Dante impone ai due amanti sembra indicare in linea di massima una scelta empatica del poeta, che solidarizza con Francesca per la sventura del suo destino spirituale, susseguente a quello non meno triste di una vita traviata e disillusa, mentre non rivolge alcuna attenzione alle motivazioni del suo amante. Il che da un lato celebra e dall’altro disattende le ragioni stesse della Divina Giustizia. Se infatti da una parte i due sono condannati a vagare insieme, poiché insieme hanno peccato, pare invece che alla prova dei fatti Dante stesso spezzi quell’unità, facendo parlare l’una e tacer l’altro quasi a dire che Paolo fu la causa della rovina di Francesca, sebbene questa fosse alquanto consenziente. La colpa di Francesca, quella fatale e irredimibile, è stata quella di essersi posta fra marito e cognato nel momento della resa dei conti. Il colpo di Giangiotto, dopotutto, era rivolto al fratello. Ma Francesca, nello slancio di una incauta difesa del suo amor profano finì per condividerne la sorte ultraterrena.