Panico da figli adolescenti: “La crisi come opportunità”

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1° parte
a cura del Dottor Riccardo Coco
Psicologo – Psicoterapeuta

Dottor Riccardo Coco
Psicologo – Psicoterapeuta

L’adolescenza di un figlio è un evento che mette a dura prova l’equilibrio psichico di un genitore nonché la tenuta stessa della coppia genitoriale.

Questo perché è un periodo di drastici cambiamenti nel ciclo evolutivo sia di una famiglia (concepita come “sistema”) che dei singoli individui alle prese con il superamento di tappe del loro ciclo di vita: per l’adolescente l’entrata ed il superamento dell’adolescenza, per i genitori, spesso, l’entrata ed il superamento della fase della cosiddetta “crisi di mezza età” e/o della “sindrome del nido vuoto”.

E i cambiamenti sono accompagnati necessariamente da stati di crisi, conflitto e riorganizzazione, ma ciò è un bene, è evolutivo. La “crisi” è un’opportunità di crescita e trasformazione, è un indicatore che il modo di stare al mondo che fino ad allora ha funzionato non funziona più.

Dunque viverla e superarla può portare ad un maggiore benessere psicologico e non il contrario. Patologico diventa invece l’assenza di mutamenti nel tempo nella storia familiare e/o individuale, poiché corrisponde al fatto che determinate spinte evolutive biologiche-psicologiche sono bloccate da paure ed ansie circa le conseguenze appunto dei cambiamenti.

Il tempo allora si blocca e le “energie” vitali, psichiche e pulsionali – con il termine energie non intendo nulla di esoterico o metafisico, mi riferisco invece a spinte e forze biologico-psicologiche ancorate nel corpo e nella mente come parte integrante del corpo – restano compresse o vengono rimosse con conseguente comparsa, spesso, di sintomi psicopatologici.

Quando dico che “il tempo si blocca” mi riferisco al fatto che l’adolescente sceglie di non viversi la sua adolescenza, con i suoi compiti di sviluppo e le sue rinegoziazioni delle relazioni familiari, per proteggere i genitori e se stesso dalle loro ansie e dalle sue circa i cambiamenti che la sua crescita comporta: egli resta dunque “piccolo”, infantile ed i genitori continuano a trattarlo come tale: il sistema famiglia non entra in crisi e continua a funzionare con le stesse regole che per 13-14 anni hanno funzionato e tutto procede senza scossoni.

Bene da una parte, tragedia da un’altra: non c’è tensione, non c’è ansia, non c’è crisi … ma non c’è nemmeno crescita e sviluppo. E la cosa funziona, sì, ma solo fino ad un certo punto lungo la linea del tempo.

Nel percorso della vita infatti così facendo non si crea separazione e svincolo: la separatezza psicologica tra le generazioni, il tagliare il cordone ombelicale, è una conquista di sviluppo ottenuta con la sofferenza e la crisi, non è un processo automatico.

C’è dolore nella separazione e la rabbia (tipica degli adolescenti) serve proprio a “tagliare” e a mettere una distanza che permetta una differenziazione psicologica che si possa opporre alla simbiosi dell’infanzia.

Se non c’è separazione ed individuazione e si resta “tutti appiccicati” si creano le condizioni di “coltura” per diversi disturbi psichici, tanto nel ragazzo quanto negli adulti o negli altri figli più piccoli.

Sono tanti gli studi e le ricerche in letteratura che mostrano una correlazione altamente significativa tra questa bloccata struttura familiare, detta “invischiata” (Salvador Minuchin) o “a struttura psicotica” (Luigi Cancrini) (quando cioè lo svincolo psicologico è impossibile) e diversi gravi disturbi psichiatrici.

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