Pagine di storia

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GENESI DEL FASCISMO, “totalitarismo imperfetto”

 

23 MARZO 1919, NASCONO I «FASCI DI COMABATTIMENTO»

 

di Paolo Palliccia

Oggigiorno, in libreria, è possibile vedere quanto la storiografia contemporanea si sia dedicata e si dedichi al Novecento e, in modo particolare, al Fascismo e alla sua genesi. In queste pagine, vista l’attualità dell’argomento affrontato, ripercorriamo la nascita della dittatura Mussoliniana che alcuni storici definiscono “imperfetta”, in termini di rapporto popolo-regime, rispetto al regime tedesco, che, al contrario del caso italiano, ebbe dalla sua l’intera popolazione fino al 1945.

Come iniziò la genesi fascista?
Quando nel 1915, lontano dagli sguardi vigili del parlamento italiano, Salandra e Sonnino s’affrettarono a sottoscrivere il «Patto di Londra» che cooptava l’Italia nell’Intesa al fianco di Francia e Inghilterra, essi non preconizzarono neppure per un istante il “tradimento” di Versailles del 1919.

Il malcontento generale che seguì al trattato di pace lasciò le frange interventiste in subbuglio. Gabriele D’Annunzio parlò di “vittoria mutilata” e con i suoi legionari partorì l’“impresa” di Fiume per riprendersi le terre irredente, dando vita, insieme ad Alceste De Ambris, divenuto Capo di Gabinetto del Vate a partire dal gennaio 1920, ad un tentativo di realizzare attorno al consolidatosi movimento di Fiume, un forte nucleo d’ispirazione sindacalista-rivoluzionario che, come ricordato da Francesco Perfetti in Fiumanesimo, sindacalismo e fascismo, «sviluppò il proposito, poi abortito, di realizzare, in chiave antifascista, l’unità sindacale sulla base di n programma che si richiamasse alla Carta del Carnaro.

È indubbio che, il tentativo attuato da D’Annunzio e i suoi uomini, contribuì ad alienare al poeta-soldato gli appoggi e le simpatie palesategli in circostanze precedenti da Mussolini. Il fallimento dei legionari dannunziani non fece che alimentare  il disorientamento politico e morale che il conflitto aveva scatenato. Nel 1919, con un’analisi spietata ma pertinente, Adriano Tilgher, dalle colonne del Il Resto del Carlino, scrisse:«[…]costumanze e tradizioni secolari infrante di colpo. Gli adulti fecero l’abitudine agli spettacoli di violenza e di sangue, i giovani, venuti su senza educazione domestica, se ne inebriarono…». Era la verità.

Lo scontento serpeggiava pericolosamente, acuito da una diffusa sfiducia nelle istituzioni liberali, giudicate asservite al potere delle potenze uscite vincitrici dal conflitto e complici della stesura “wilsoniana” dei 18 punti che, nel 1918, sancirono la nascita ufficiale della Società delle Nazioni (progenitrice dell’O.N.U. nata dalla Conferenza di San Francisco del 1945). Crebbe il rancore verso quella democrazia liberale che non s’era imposta alla Conferenza di pace per ottenere il riconoscimento dei criteri d’uguaglianza e di giustizia comuni a tutte le parti in causa e che, chinando mestamente il capo, aveva disatteso le speranze delle masse operaie e dei reduci della “grande guerra”.

Inoltre, nel 1919, la situazione interna era stata destabilizzata ulteriormente dall’evidente sperequazione venutasi a creare fra la difficile condizione del proletariato e dei contadini (che avevano pagato un tributo di sangue e sofferenze in trincea) e il lusso smodato villanamente esibito dai “nuovi ricchi” capaci di trarre enormi profitti dalla guerra grazie agli introiti provenienti dalla produzione di guerra.

La delusione verso una situazione socio-economica giudicata intollerabile si estese anche al ceto medio e alla piccola borghesia, composta da una folta schiera di giovani ufficiali e di combattenti che, dopo la conclusione del primo conflitto mondiale, non avevano visto realizzate le loro auliche aspirazioni; non avevano trovato al ritorno nella vita civile, quel trasporto mistico che li aveva condotti in trincea, convinti di poter finalmente dare al Paese una nuova religione laica e di poter contribuire a forgiare “l’uomo nuovo” capace di lasciare l’ignavia propria del mediocre uomo liberale…essi auspicavano, desideravano ardentemente un miglioramento economico e l’affermazione sociale (cui credevano) di avere diritto come contropartita alle benemerenze militari conquistate eroicamente sul campo di battaglia.

Si sentivano un po’ come il peregrino Ulisse al ritorno nella sua Itaca: I proci andavano scacciati, come bestie. I tempi erano maturi per una svolta radicale, per la nascita di un nuovo movimento rivoluzionario, nazionalpopolare, capace di mettersi alla guida del Paese e di portare l’Italia verso mete più consone alla sua tradizione millenaria.