Oggi come allora, tutti pazzi per Pupo

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A Borgo San Martino grande successo per il cantautore toscano che ci ha raccontato una carriera lunga quarant’annidi Felicia Caggianelli

Si era esibito una ventina di anni fa a Cerveteri, ottenendo uno straripante successo. A distanza di tanto tempo ha confermato di essere uno dei cantautori italiani più amati dalla gente, oltrepassando le differenze generazionali. Perché sabato scorso a Borgo San Martino abbiamo visto giovani ed adulti intonare a squarciagola le canzoni di Pupo in una piazza gremita da centinaia di persone. Un successo inequivocabile, un artista che esporta la canzone italiana nel mondo, non disdegnando esperienze televisive come lui stesso ci ha anticipato nel corso della lunga intervista che ci ha gentilmente concesso, grazie anche alla collaborazione degli organizzatori della Sagra della salsiccia di Borgo San Martino.

Anche questa volta tantissima gente ed una grande dimostrazione di affetto. Pupo, si è mai chiesto la ragione della sua popolarità, aldilà della bravura come artista?

““Si tratta di una domanda abbastanza difficile a cui rispondere perché si potrebbero dire tante cose. Si potrebbe dire che hanno amato la mia musica, le mie canzoni. Magari a qualcuno sto anche simpatico. Tuttavia sono convinto che il successo, quando dura da più di quarant’anni come il  mio, dipende praticamente anche da un costante impegno serio e professionale. Una dedizione da parte mia e da parte di chi in qualche modo ha lavorato accanto a me in questo spaccato professionale che influisce parecchio anche sulla stima, sulla fiducia e sulla legittimazione che il pubblico poi ti riconosce”.

Pupo col nostro vice direttore Felicia Caggianelli durante l’intervista

Cantautore, paroliere, compositore e conduttore televisivo. Dovendo scegliere tra canzoni e televisione, Qual è il suo amore artistico?

“Io nasco come cantautore. Nasco come autore di canzoni, c’è da precisare che in Italia il termine cantautore è stato preso un po’ in esclusiva dal cantautorato cosiddetto più impegnato. Da parte mia, io mi sono sempre sentito un  cantautore anche se di canzoni più popolari. Quindi per me lo spettacolo dal vivo, attraverso la musica è, concedetemi l’espressione, sicuramente ancora più congeniale. Non disdegno la comunicazione attraverso la televisione mediante l’esternazione del racconto della realtà che mi circonda. Lo faccio anche nello spettacolo che quest’anno sto portando in scena dal vivo. Io ho dentro di me una predisposizione alla conduzione e all’intrattenimento e quindi anche quella c’è. Anche quella mi piace”.

Ha lo stesso rapporto con la tecnologia?

“Con quella un po’ meno. Anche se sono ben consapevole  che, oggi come oggi, attraverso i social siamo reperibili su internet, facebook e quanto altro. Io ho una connessione continua ma sinceramente parlando è gestita molto dai miei collaboratori perché il mio ufficio stampa e di conseguenza coloro che mi gestiscono la comunicazione sono tra i più evoluti d’Italia. Sono dei numeri uno quindi in questo senso sono molto organizzato. Io come persona sono un pochino meno digitale, meno social e più reale”.

Sono trascorsi quaranta’anni dal lancio della canzone: Gelato al cioccolato. Secondo Lei perché questo brano ha avuto tanto successo anche a livello internazionale?

“Sicuramente la forza della melodia legata a un testo facilmente riconoscibile e ricordabile anche da parte di chi in qualche modo non parla l’italiano. Ha riscosso un grande successo in tre quarti di mondo grazie a questo mix tra la parola semplice che si ricorda facilmente e la melodia. Un lavoro non semplice. La musica di oggi ha questa difficoltà. Sono tutti ragazzi che esprimono concetti anche interessanti ma che non hanno nessuna chance di poter funzionare all’estero perché le canzoni dei rapper  italiani, per esempio, sono brani totalmente limitati al nostro mercato. Che va benissimo ma che non possono permettersi di andare all’estero”.

Lei ha di fatto vissuto le varie dinamiche del settore musicale. Oggi qual è la salute della canzone italiana?

“Ci sono delle belle canzoni, gradevoli, che io da italiano apprezzo molto. Ma ribadisco il concetto che manca quella parte che negli anni ’80 e anche negli anni ’60 è stata fondamentale per veicolare la musica all’estero. Questo non c’è più. Ormai la musica all’estero è quasi esclusivamente appannaggio di americani e spagnoli. Devo dire che sono stati loro i più bravi a fare produzioni più internazionali”.

Che ne pensa dei talent?

“Sono una forma di comunicazione televisiva moderna. Qualcuno riesce ad emergere ma il novantanove per cento restano al palo. Sono al servizio della televisione, della comunicazione veloce rispecchiano quello che oggi sono i mass media. In passato le case discografiche come la RCA o la CCD per esempio, prendevano un artista e prima che questo potesse arrivare al successo lo seguivano e lo lavoravano per tre, cinque e anche dieci anni. Dietro c’era tutto un lavoro certosino mirato a far emergere a tutto tondo le peculiarità artistiche del cantante. Oggi  se non funzioni alla prima canzone ti si dimenticano e ne prendono un altro. Il talent è questo. È la velocità della televisione, della comunicazione, ha un senso perché questa è la società oggi, non si può andare contro i talent. Io se fossi nato ora, lo confesso, sarei stato un artista mediocre, un cantante non considerato perché nel talent viene privilegiata la vocalità immediata. La canzone non c’entra neanche più niente. Diventa importante l’effetto televisivo che suscita l’interesse o il ritornello musicale”.

Lei ha sempre ottenuto ottimi piazzamenti al Festival di Sanremo. Che rapporto ha con questa manifestazione?

“Diciamo di amore e odio. Ho avuto anche tante polemiche con il Festival. Sono stato sei volte in gara, ho partecipato anche come autore. Ho scritto Sarà perché ti amo dei Ricchi e Poveri  che ha riscosso un grandissimo successo in tutto il mondo ed è passata da Sanremo. Ho scritto canzoni per la Goggi, ho scritto nel 1981 la canzone Hop hop somarello con Paolo Barabani. Otto anni fa sono salito sul palco dell’Ariston con il Principe Filiberto ed un tenore cantando Italia amore mio e sono arrivato secondo. Ho ottenuto un quarto posto con Un amore grande. Nel 1992 fui eliminato nella prima serata con la canzone La mia preghiera, dove mi presentai a Sanremo con il mio nome vero, Enzo Ghinazzi. Non fu una scelta molto apprezzata”.

Progetti futuri?

“Tantissimi, molta televisione. Da ottobre in poi. Non posso dirvi nulla adesso perché in questi giorni ci sarà la presentazione ufficiale agli inserzionisti dei palinsesti, ma posso anticipare che lavorerò per tutta la stagione 2018-19 con Sky e con TV8 con tre progetti molto importanti e tournee all’estero. Inoltre sarò protagonista con un programma sul burattino più amato del mondo: Pinocchio. Reciterò, leggerò e canterò Pinocchio a teatro.  A Natale sarò in Toscana con altre tre rappresentazioni, con una banda musicale formata da quaranta elementi, leggerò alla platea anche perché io un po’ Pinocchio lo sono sempre stato”.

Scaramantico?

“Beh, dipende. Quando vedo il carro funebre non mi faccio certo il segno della croce. Sul palco non lo sono affatto perché non ho nessuna ansia o paura. Sono a casa mia, mi sento a casa mia. Non mi sono mai drogato, a parte l’esperienza con le Iene, quando ho fumato la marijuana per la prima volta in vita mia, ero proprio completamente strafatto, sono sempre salito sul palco sobrio”.