Notizie da Vindolanda: un frammento di Gallia ai confini dell’Impero

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Un piccolo oggetto di metallo può restituire il modo in cui un uomo sceglieva di presentarsi, gli oggetti che portava con sé, i modelli decorativi nei quali continuava a riconoscersi dopo anni trascorsi lontano dalla propria terra.

È questa una delle prospettive aperte dal ritrovamento avvenuto a Vindolanda, il celebre insediamento militare romano della Britannia settentrionale, solo poche settimane fa.

Dagli scavi è emerso un piccolo elemento in rame, decorato con smalto e caratterizzato da una raffinata struttura traforata. Si tratta di un puntale destinato a proteggere e ornare l’estremità inferiore del fodero di una spada. Un oggetto apparentemente marginale, dunque, ma che introduce direttamente in uno dei problemi più affascinanti posti dall’archeologia delle frontiere imperiali: quanto erano davvero “romani” i soldati di Roma?

Il reperto proviene da un contesto attribuito al II secolo d.C. e presenta motivi che trovano confronti nel repertorio decorativo di ascendenza celtica; la prudenza, naturalmente, è indispensabile: la cronologia dello strato nel quale un manufatto viene rinvenuto non coincide necessariamente con quella della sua produzione. Un oggetto poteva essere conservato per anni, passare di mano, essere riparato, riutilizzato e soltanto molto tempo dopo essere abbandonato o perduto.

Ma è proprio questa incertezza a rendere il ritrovamento interessante.

Vindolanda occupava una posizione strategica nella regione che sarebbe divenuta uno dei settori più militarizzati dell’Occidente romano. Sorgeva lungo lo Stanegate, l’importante arteria che attraversava il territorio poco a sud della linea sulla quale, a partire dal principato di Adriano, sarebbe sorto il grande sistema fortificato oggi conosciuto come Vallo di Adriano.

Definire Vindolanda semplicemente un “forte” rischia tuttavia di essere fuorviante.

Dietro le mura vivevano uomini che dovevano mangiare, vestirsi, scrivere, pregare, commerciare e mantenere rapporti con le proprie famiglie. Intorno all’apparato militare gravitavano artigiani, mercanti e civili. I testi delle celebri tavolette lignee rinvenute nel sito grazie al fango che ne ha impedito la decomposizione hanno reso questo mondo straordinariamente vicino a noi: non soltanto ordini e documenti amministrativi, ma lettere, richieste, conti e testimonianze della quotidianità.

La frontiera emerge così non come una linea immobile che separava Roma dai “barbari”, ma come uno spazio abitato e attraversato continuamente da persone, merci e idee.

Ed è proprio in questo paesaggio umano che va collocato il puntale: quando immaginiamo un soldato romano, tendiamo ancora a visualizzare una figura sostanzialmente uniforme: equipaggiamento standardizzato, disciplina comune, identità latina. L’archeologia delle province racconta una realtà assai più complessa.

Soprattutto nelle unità ausiliarie, gli uomini potevano essere stati reclutati a centinaia o migliaia di chilometri dal luogo nel quale prestavano servizio. Una volta trasferiti, entravano certamente all’interno delle strutture militari e amministrative dell’Impero, ma questo non significa che ogni traccia delle loro culture di provenienza scomparisse.

Vindolanda ne offre un esempio particolarmente efficace.

Tra i reparti effettivi documentati nelle diverse fasi della storia del forte figurano, ad esempio,  laCohors I Tungrorum, reclutata nella regione di Tongeren, nell’attuale Belgio, la Cohors II Nerviorum, dalla Gallia settentrionale: i nomi stessi delle unità conservavano dunque la memoria geografica del loro arruolamento originario. È qui che un oggetto come il puntale acquista un significato particolare: la sua decorazione sembra rimandare a un linguaggio figurativo che affonda le radici nel mondo preromano.Non sarebbe una contraddizione.La conquista romana non provocò ovunque l’immediata cancellazione delle tradizioni artistiche precedenti: forme, tecniche e motivi decorativi potevano sopravvivere, trasformarsi e trovare nuovi contesti di utilizzo. I confronti richiamati per il reperto di Vindolanda conducono proprio in questa direzione: puntali di fodero della tarda età del Ferro e della prima età romana britannica presentano decorazioni traforate, motivi curvilinei e inserti in smalto.

Il nuovo reperto potrebbe quindi appartenere a quel lungo processo nel quale forme artistiche di ascendenza celtica continuarono a vivere dentro il mondo romano.

Ma da qui ad attribuire un’identità etnica al suo proprietario il passo sarebbe troppo lungo.

Un oggetto decorato secondo una determinata tradizione non dimostra automaticamente l’origine di chi lo possedeva. Poteva essere stato acquistato localmente, ricevuto in dono, ereditato, scambiato oppure semplicemente scelto perché piaceva. È una distinzione essenziale: gli oggetti possono suggerire identità, ma raramente possono definirle da soli.Il valore della scoperta in effetti sta altrove: il piccolo manufatto permette di osservare l’esercito romano non come una macchina capace di uniformare uomini e territori, ma come un gigantesco sistema di circolazione. Roma costruiva strade, mura e accampamenti. Ma lungo quelle stesse strade viaggiavano anche tradizioni, culture.

Ed è forse questa la dimensione più interessante che il piccolo puntale di Vindolanda ci consente di intravedere: l’Impero con la sua straordinaria estensione metteva continuamente in contatto uomini provenienti da regioni lontanissime e faceva convivere, all’interno delle medesime strutture politiche e militari, linguaggi artistici, culti, memorie e consuetudini differenti.

In quest’ottica un frammento di lega di rame lungo pochi centimetri può diventare un documento fondamentale.

Non conosciamo il nome dell’uomo che lo possedeva. Non sappiamo dove fosse nato. Non possiamo stabilire se riconoscesse in quelle forme decorative qualcosa della propria terra oppure se le considerasse semplicemente belle. Chissà, forse lo smarrì durante una normale giornata di servizio.

Quell’oggetto però restituisce qualcosa di prezioso: la traccia materiale di una frontiera nella quale essere soldati di Roma poteva significareconservare tutti i mondi dai quali si proveniva