“Non si è mai soli sul palcoscenico”

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Alessandro Benvenuti ci racconta come il mestiere di attore debba essere sempre rispettoso del pubblico quando racconta la vita della gente comune di Felicia Caggianelli

In questi giorni ha spopolato sui canali di Sky come uno dei protagonisti della divertente serie televisiva “I delitti del Barlume” dove la sua verve comica tocca picchi elevati. Ma Alessandro Benvenuti è molto altro. Attore, cabarettista, commediografo, regista, sceneggiatore e scrittore rappresenta quella scuola di artisti toscani che esplose negli anni ottanta proponendo una comicità diretta e graffiante. Il pubblico lo ricorda ancora per gli esilaranti spettacoli del trio Giancattivi insieme  a Paolo Nativi, Athina Cenci e Francesco Nuti. L’apice del successo fu raggiunta col film surreale del 1981 “Ad ovest di Paperino” che rappresenta la sintesi più bella del talenti del terzetto di attori toscani. Da allora è stata una escalation di cinema, teatro e televisione, Alessandro Benvenuti si è calato con successo nel ruolo di regista ed autore di testi scomodi per il potere. Ma l’attore ha sempre proseguito sul proprio cammino, regalando al pubblico delle perle come “Benvenuti in casa Gori”, un affresco disincantato di un Natale in famiglia tratto da una sua rappresentazione teatrale, “Zitti e Mosca”, dove analizza la trasformazione del Partito Comunista Italiano in Partito Democratico della Sinistra con garbo e brio, permettendo peraltro l’esordio cinematografico di Leonardo Pieraccioni. Senza dimenticare “Belle al Bar” dove già un quarto di secolo fa accendeva i riflettori su temi oggi attuali come la prostituzione e la transessualità. Lo abbiamo incontrato al Traiano di Civitavecchia per la prima stagionale della commedia “Un comico fatto di sangue” in occasione della rassegna Teatro d’Autore. Un monologo  in cui Alessandro Benvenuti ha lasciato il pubblico con il fiato sospeso nel seguire le vicende di una famiglia in un susseguirsi rapido di scene.

Possiamo affermare che il teatro, con spettacolo di questo genere, aiuta ad esorcizzare i rapporti familiari che nella società odierna sono molto complessi?

“Personalmente credo poco negli esorcismi. Penso che sul palcoscenico debbano uscire istinti buoni, un bel confronto, per raccontare la vita della gente comune. Il mio monologo è uno spettacolo nato dall’ascolto delle problematiche delle persone, metto in scena tutti fatti veri. Non c’è nulla di inventato. Sono del parere che il teatro debba partire dall’incontro e l’ascolto della quotidianità, dobbiamo tornare al racconto delle storie. Viviamo un momento storico in cui in pochi accettano le tesi altrui, invece il parere degli altri aiuta. Il mio è uno spettacolo per stare in allegria ricordando esperienze vissute. Un po’ come quando nacque il teatro all’alba della vita col racconto degli uomini della pietra che narravano attorno al fuoco le loro imprese di caccia ai familiari. Poi ovviamente con l’avvento di Shakespeare il teatro è migliorato. Sul palcoscenico raccontiamo la vita per non chiuderci nel nostro mondo e perdere amore ed interesse per la vita”.

Alessandro Benvenuti col nostro vice direttore Felicia Caggianelli al teatro Traiano

Quanto cambia la forma di recitazione tra un monologo e il lavoro con altri attori in compagnia?

“Sono ritmi diversi, ma io nasco come musicista. E senza ritmo la gente non si diverte, devo sorprenderti sul palco, l’imprevisto attrae, di fondo non cambia molto. Con attori preparati si lavora meglio. E’ vero che nel monologo sono solo sul palco ma dentro di me ci sono tutti i personaggi che racconto. Non si è mai soli davanti al pubblico”.

Come nasce il gioco linguistico con cui racconta la vita delle persone sul palcoscenico?

“Nasce in fase di scrittura, ma mi piace aggiungere, integrare, correggere. Non si può improvvisare sul palcoscenico, la recitazione soprattutto di un monologo è come una partitura, serve perfezionamento continuo. E si deve avere il massimo rispetto nel raccontare le vite degli altri che si possono riconoscere nelle tue narrazioni. Per essere un attore serve tanta attenzione”.

Cinema, teatro, televisione, musica. Il vero amore artistico di Alessandro Benvenuti?

“Il mio vero amore artistico è il teatro. Sono nato su un palcoscenico, mi cimentavo a teatro sin dall’età di 14 anni. Amo il teatro perché è la forma più libera di espressione, costa poco per allestire uno spettacolo, invece se muovi capitali ci sono  spesso forti interessi. Ti cambiano le battute per non disturbare i potenti, hai delle evidenti limitazioni. Amo il teatro perché mi emoziona

ogni sera in modo diverso, quando si alza il sipario può accadere di tutto, il pubblico è sempre una sorpresa da scoprire in modo entusiasmante”.

Secondo lei perché comici di culto come eravate voi della scuola toscana non se ne vedono più?

Ci sono tanti attori di livello, ma al cinema vedo solo operazioni per fare soldi e i giovani precari sono preoccupati di avere tanti follower. Oggi chiunque può diventare un personaggio, pensi ai talent show, il tasso di talento è aumentato, ma è piegato al mercato, che decide chi entra e quali parametri devi rispettare. Una volta i Beatles e i Rolling Stones sconvolgevano la musica, oggi non c’è qualcuno che può fare una rivoluzione”.