A cinque anni di distanza, qualcuno si chiede ancora perché ostinarsi a parlare del covid, del lockdown, del green pass, dei vaccini, delle politiche di “contenimento della pandemia”.
In questo autunno distante esattamente cinque anni da quello del 2020, segnato dal caso Charlie Kirk e dalla questione palestinese, assistiamo a un chiaro “ritorno all’ordine” comunicativo. Torna il bipolarismo muscolare destra/sinistra, si rievocano gli spettri sepolti nel Novecento del fascismo e del comunismo storici, e il tutto facilita la rimozione di quanto avvenuto tra il 2020 e il 2022 come un accidente della storia.
Invece è necessario parlarne, perché con quanto accaduto in quegli anni è un dovere fare i conti, considerato anche che tutti i protagonisti di quella stagione sono ancora politicamente attivi con la sola eccezione del viceministro del governo Conte Pierpaolo Sileri.
Il 2020, come quel 2001 nel quale l’11 settembre si consumò l’attentato alle Torri Gemelle, ha segnato uno spartiacque storico, cambiando per sempre la vita e la percezione dei cittadini del mondo intero, ma soprattutto delle “democrazie liberali” del cosiddetto Occidente.
È stata l’Italia, con in prima fila il governo “giallorosso” guidato da Giuseppe Conte dopo il “ribaltone” estivo seguito alla volontà di Matteo Salvini di tornare alle elezioni per avere “pieni poteri” il primo paese a “esportare” in Europa metodi caratteristici dei regimi totalitari come la politica dei lockdown.
Autoritarismo alla cinese mescolato a inefficienza e improvvisazione all’italiana: un cocktail micidiale.
Nel marzo 2020 è stato dimostrato che, nonostante la presenza sulla carta di garanzie formali, basta una dichiarazione di “stato di emergenza” per annullare completamente le libertà personali, sociali e politiche dei cittadini.
Il saggio di Marina Manera “Covid-19 Il modello Italia” ripercorre esattamente come l’Italia e il cosiddetto “Occidente allargato” abbiano imboccato un’autostrada verso sistemi politici e sociali che si allontanano sempre di più dalle cosiddette democrazie così come le abbiano conosciute negli anni Ottanta (Manera, 2025: 16).
Lo stato di emergenza, che in Italia viene dichiarato con grande frequenza in caso di disastri naturali come alluvioni o terremoti per permettere interventi di spesa in deroga alle norme vigenti, si è trasformato rapidamente in quello che Carl Schmitt definiva lo “stato di eccezione”.
L’informazione “mainstream” tra il 2020 e il 2022 si è appiattita in un patriottismo “pandemico” che ha inibito per anni, e inibisce ancora oggi, ogni riflessione critica sull’accaduto, lasciando spazio a una “contro-informazione” che pur utile nella fase più acuta della crisi sanitaria non sempre si è dimostrata seria e attendibile.
La critica alle politiche sanitarie del 2020-2022 può essere portata avanti da diversi punti di vista.
Nel febbraio 2020 eravamo davvero di fronte a una situazione che richiedeva risposte “eccezionali”?
Il “Modello Italia” è stato frutto solo di incompetenza, improvvisazione e malagestione o è stato funzionale a un’operazione politica programmata volta a trasformare in senso autoritario le “democrazie liberali” dell’Occidente allargato?
Il saggio di Marina Manera sceglie di non sposare una tesi precisa, se non quella di criticare il disastro del “modello Italia” paese nel quale si è combinato la più alta mortalità da Covid-19 con le “misure” più repressive e surreali, ma di presentare in maniera cronologica l’analisi dei fatti, concludendo ogni capitolo con domande che forse non troveranno mai risposta.
L’ Italia ha avuto “più morti, più lockdown, più aiuti dall’estero” una serie di tristi primati, mentre ancora oggi chi era al governo allora rivendica con orgoglio di averci “salvato la vita” con le politiche adottate.
Sulle origini della “pandemia” il saggio di Marina Manera sposa la tesi del virus uscito da un laboratorio di Wuhan, evento visto poi dai poteri politici ed economici come occasione per costruire un modello di governance fondato sulla costruzione e la gestione di emergenze permanenti.
Altre tesi sostengono che la “pandemia” è stata un evento naturale mal gestito, altre più radicali e minoritarie anche nel cosiddetto “dissenso” che sia stato un evento essenzialmente sociale e mediatico, possibile grazie al “rebranding” di una malattia sostanzialmente non diversa da altre sindromi respiratorie simili. Conoscere le origini della “pandemia” è importante dal punto di vista medico e giornalistico, non è al contrario così dirimente se si vuole analizzare le politiche “di contenimento” della stessa.
Il libro muove come un giallo dal 31 dicembre 2019.
Anche sui giornali italiani iniziarono a uscire articoli sulla comparsa di un nuovo virus in Cina. Quasi nessuno ci fece caso, in Italia c’erano degli appuntamenti elettorali in corso come le elezioni dell’Emilia-Romagna e il dibattito politico era incentrato interamente su quello.
Tra gennaio e marzo si assiste in Italia prima all’esplosione della “sinofobia” poi a un balletto di posizioni politiche, con la Lega e la destra in prima fila a chiedere i confini e il Pd con la maggioranza ad affermare che “il vero virus è il razzismo” e a ribadire con aperitivi all’aperto che le città non si fermano.
Tra febbraio e inizio marzo le posizioni si ribaltano nel giro di un paio di settimane.
Dopo l’evento mediatico del “contagio” dell’ex segretario Nicola Zingaretti dopo l’aperitivo ai Navigli, usato come casus belli per iniziare la guerra alla socialità in “presenza, Pd, M5S e l’intera maggioranza si convertono alle politiche chiusuriste e repressive, un intero paese accetta senza alcuna reazione di essere posto a partire dal 9 marzo 2020 agli arresti domiciliari di fatto, mentre l’11 Marzo del 2020 l’attuale premier Giorgia Meloni chiedeva che, a questo punto, il lockdown fosse europeo per non danneggiare i prodotti del Made in Italy.
Sarebbe stato possibile con la destra al governo, o il cambio di governo è stato funzionale a far gestire l’emergenza dal centrosinistra, perché sarebbe stato molto difficile far “digerire” misure così autoritarie con le forze sociali vicino alla sinistra, come i sindacati, i centri sociali, i movimenti trans-femministi all’opposizione?
Ci permettiamo di aggiungere una “domanda” a quelle poste a fine dei capitoli dall’autrice.
Nel saggio di Marina Manera si evidenzia come dalla risposta a questa “emergenza sanitaria” siano state assenti proprio le risposte sanitarie.
“Perché per la prima volta in medicina si trattavano i sintomi della malattia con l’attesa?” è una delle domande poste alla fine di un capitolo evocando le linee guida ministeriali che vietavano le visite domiciliari imponendo di trattare i sintomi con “Tachipirina e vigile attesa” (anche se un paio di anni dopo il Ministero stesso sosterrà che si trattava di un mero “consiglio” non vincolante”).
Un’altra delle domande è “perché non distinguere fra i morti di covid e con covid?” e qua la risposta è abbastanza scontata: si trattava di gonfiare i numeri per creare e perpetuare lo stato di emergenza con comunicazioni non false, ma forzate secondo la tecnica comunicativa del framing effect includendo tra i decessi per la “pandemia” persone “positive” al tampone, ma decedute per altri motivi anche non naturali come il suicidio.
Nel capitolo sul “modello Italia” si evocano alcune delle peculiarità dello stesso, dalla creazione di una neolingua e del concetto paradossale di “malato asintomatico” estendendo l’ombra del sospetto di malattia a chiunque, alle assurdità contenute dei Dpcm di Conte come quello che rendeva lecito nella cosiddetta “Fase 2” visitare i parenti “fino al sesto grado” ma non gli amici o le persone con le quali si era legati da relazioni sentimentali che non comportavano convivenza (salvo poi affermare che per la privacy non era possibile chiedere al cittadino quale “congiunto” andasse a trovare).
Questo aspetto pur meritoriamente evocato non è forse trattato a sufficienza nel libro. Nessun governo “occidentale” neanche il fascismo o lo stalinismo, si erano mai spinti a regolamentare nei dettagli la vita intima dei cittadini stabilendo al posto loro quali fossero gli “affetti stabili” da poter incontrare quanto il governo Conte Bis.
La differenza tra i “congiunti” e gli altri tipi di legame sentimentale e amicale disegnata dal surreale discorso di Giuseppe Conte ad aprile 2020 è una differenza essenzialmente “morale” e il fatto che tali “misure” siano state accolte senza troppo clamore è forse indicativo dell’inconscio sessuofobico e bigotto di un paese come l’Italia.
Di fatto con la “Fase 2” si delinea la “guerra al virus” come una sorta di crociata morale, tendenza che poi proseguirà nel 2021 quando bersaglio della “crociata” stessa diventeranno i cosiddetti “no vax”.
Nel capitolo “inventori di malattie, imposture e impostori di Stato” il libro prova a ricostruire la catena di conflitti di interesse tra scienza, politica e industria farmaceutica.
È stato così in tutto il mondo” si sente dire per giustificare le politiche italiane ancora oggi.
Eppure il libro ricorda non solo la peculiarità dei lockdown italiani, i più lunghi (a parte quello argentino) e repressivi del cosiddetto Occidente e forse del mondo, ma anche come lo stesso amministratore delegato della Pfizer Bourla sosteneva che “il vaccino non è stato testato e nemmeno progettato per interrompere la trasmissione del virus”. Il premier italiano Mario Draghi, succeduto a Conte dopo la mozione di sfiducia presentata da Italia Viva a Gennaio 2021, motivava l’adozione del “green pass all’italiana” (il più esteso nel mondo, l’Italia è stato l’unico paese a chiederlo per lavorare o per usufruire del trasporto locale) con la garanzia di potersi trovare tra persone non contagiose.
E in una delle domande a fine capitolo, Marina Manera ricorda come alcuni paesi abbiano sconsigliato il vaccino agli under 40 mentre l’Italia organizzava Open Day al mare e alle sagre di paese (alle quali poi dal 6 agosto si sarebbe potuto accedere solo con green pass).
Un altro capitolo pone l’attenzione sulla figura dei “fact checker indipendenti”. Uno dei punti dirimenti del 2020-2021 è stato proprio l’attacco alla libertà di informazione. I pochissimi intellettuali critici come Giorgio Agamben sono stati messi all’indice, giornali e tv nazionali e locali hanno beneficiato di contributi sull’editoria finalizzati a un certo tipo di comunicazione. Non restava che il web per la diffusione di notizie scomode, ed ecco che è stata creata una “censura democratica” in nome della scienza e della lotta alle “bufale” (che in alcuni casi sono realmente tali, in altri no).
Il libro su ogni tema legato alla gestione pandemica (lockdown, mascherine, green pass, vaccini) cerca di decostruire la versione ufficiale del “modello Italia” dimostrandone l’inefficacia citando studi e dati. Il saggio di Manera ricorda anche il momento più “interessante” delle lotte contro le restrizioni e il green pass, l’autunno nel quale lo sciopero dei portuali di Trieste (e in parte anche di quelli di Genova) ricevendo sostegno da buona parte del paese sembrava poter davvero mettere in crisi il “modello Italia”.
E forse per questo, a differenza delle molte manifestazioni di piazza sostanzialmente tollerate, è stato represso con la forza.
Nell’inverno 2022 l’Italia sembra essere destinata a una “nuova normalità” caratterizzate da restrizioni sanitarie senza fine, mentre buona parte del mondo ha già dimenticato tutto. E invece, prima dopo la sconfitta di Mario Draghi nella sua ascesa al Quirinale, nel giro di un mese il meccanismo delle restrizioni si avvia a una graduale dismissione che comporterà un ritorno alla “normalità” solo a fine del 2022 dopo la vittoria del centrodestra guidato da Giorgia Meloni alle elezioni, coalizione composta da partiti che avevano sostenuto le restrizioni a livello nazionale o locale, ma molto più abili della sinistra a cogliere il “sentiment” di un paese ormai esausto di mascherine, vaccini e distanziamento sociale.
All’orizzonte compare una nuova emergenza, il “pericolo russo” con l’invasione dell’Ucraina avvenuta a febbraio 2022. “Guerra e pandemia stessa strategia” è il titolo di uno degli ultimi capitoli, perché la “pandemia” ha aperto una stagione di “emergenze” gestite con la stessa strategia comunicativa.
Tra i soggetti che giustamente l’autrice mette sotto accusa ci sono gli intellettuali e i partiti di ispirazione marxista, che invece che sottolineare i legami tra scienza, politica e capitalismo finanziari (nonostante avessero avuto nella stessa teoria marxista i mezzi per interpretare in maniera critica quanto accaduto) hanno preferito sposare in maniera inequivocabile la narrazione dominante. Non è stato compreso un passaggio fondamentale del nostro tempo: come sottolinea il sociologo William Davies negli anni dieci del nuovo millennio si è rotto il patto fondamentale della modernità, per il quale la crescita del “progresso scientifico” è stato proporzionale all’aumento delle libertà individuali e sociali.
Il saggio di Marina Manera propone poi anche un interessante e documentato confronto tra Italia e Svezia. Il paese del Nord Europa che era guidato da un governo socialdemocratico, ben consigliato a differenza dell’Italia dai suoi esperti, ha seguito un modello opposto, nel quale non era previsto nessun lockdown, nessun obbligo sanitario, nessuna restrizione grave della libertà personale o di intromissione nella vita privata e di relazione dei cittadini, ma solo una regolamentazione della fruizione degli spazi pubblici e “raccomandazioni” che sono rimaste tali, non diventate obblighi come in Italia.
Un saggio utile, documentato e necessario per impedire la rimozione di un periodo storico nel quale come mai nella storia d’Italia e del mondo la libertà e l’integrità dei cittadini sono state sotto attacco.
Perché è accaduto tutto questo? L’unica certezza è che si è coagulata una coalizione di interessi politici ed economici tali che a un certo punto “alcuni processi hanno acquisito vita propria e sono diventati inarrestabili” come ricorda l’autrice.
Per concludere, ci si potrebbe chiedere che cosa è rimasto oggi degli anni del “modello Italia” di gestione pandemica.
Molti obbiettivi politici ed economici sono stati “raggiunti”: digitalizzazione spinta dei rapporti tra cittadini, aziende e pubblica amministrazione, creazione di una società della “prenotazione obbligatoria” nella quale è richiesto di esibire un QR Code per accedere a luoghi di vacanza (spiagge, passi montani, laghi) o persino ai centri storici delle città come Venezia (il tutto preceduto da campagne mediatiche sul cosiddetto over tourism), trasformazione di molte esperienze “in presenza” in esperienze virtuali, normalizzazione della “censura democratica” e della compressione della libertà di espressione, normalizzazione di “microlockdown” per eventi di massa, come il Capodanno di Perugia del 2023 nel quale rispuntò l’autocertificazione per accedere alle proprie abitazioni causa capodanno della Rai in piazza, o per altre “emergenze” locali come la “peste suina” (virus non infettivo per l’uomo) che determinò tra il Gennaio e il Maggio 2022 il divieto assoluto di accedere a sentieri, boschi e sterrati tra le province di Genova ed Alessandria.
Non è andato tutto bene, dalla “guerra al virus” è scaturita una società apparentemente tornata alla “normalità” ma che in realtà è una società dell’iper-controllo e della comunicazione ansiogena ed emergenziale permanente nella quale la democrazia è ridotta a un mero accessorio formale.
Scriveva Michel Foucault che “per secoli la religione non ha potuto sopportare che si raccontasse la sua storia. Oggi le nostre scuole di razionalità non accettano che si scriva la loro. Il che senza dubbio è significativo”.
Il saggio di Marina Manera prova a farlo, delineando con ricchezza e dovizia di particolari gli intrecci di interessi tra scienza, medicina, politica ed economia che tra il 2020 e il 2022 si sono dispiegati in tutta la loro potenza. Ci può essere una via d’uscita a questa situazione? Il capitolo finale prova ad affrontare anche questo tema, cercando gli “anticorpi” alla degenerazione politica e comunicativa della società. Per scoprire quali possono essere rimandiamo alla lettura del libro.
Andrea Macciò


































































