MICROIMPRESE: L’ULTIMA ROCCAFORTE DELL’ECONOMIA ITALIANA SOTTO LA MORSA DELLA PRESSIONE FISCALE

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Microimprese roccaforte dell'economia italiana

Artigiani, lavoratori autonomi, agricoltori e piccoli imprenditori rappresentano la spina dorsale del Bel Paese eppure sono i più tartassati. Perché?

Lavorano dalle 8 alle 10 ore al giorno. Sei e a volte sette giorni su sette. Quando tutto va bene una due settimane di vacanze l’anno. Sennò anche niente. Non dormono la notte oberati come sono di tasse e balzelli di ogni genere. Navigano a vista, sotto attacco della concorrenza sleale dei colossi del web e dei grandi magazzini. Stiamo parlando dell’esercito di oltre 4 milioni di imprenditori piccolissimi e micro, artigiani, negozianti e liberi professionisti, che rappresentano il 98% delle aziende presenti in Italia: le microimprese, aziende con meno di 20 addetti, formate mediamente da 4 persone. Pagano più tasse rispetto alle grandi e medie imprese.

Microimprese: Generano ricchezza, pagano più tasse e generano più lavoro

Secondo i dati CGIA di Mestre circa il 53% delle imposte versate da operatori economici proviene da lavoratori autonomi e microimprese. in sostanza i piccoli versano 4,4 miliardi di tasse in più rispetto alle grandi e medie imprese che invece hanno corrisposto il 47%. Ma non solo, le microimprese danno lavoro ad almeno 7,6milioni di cittadini, ossia al 56% degli occupati (al netto della pubblica amministrazione) e producono il 40% del valore aggiunto nazionale annuo, livello senza pario qualsiasi altro grande Paese dell’Unione Europea. In sintesi, le microaziende generano più ricchezza di quella prodotta da medie e grandi aziende.

I grandi evasori: le multinazionali del web

Le cause, secondo gli analisti, sono molteplici. Le grandi aziende sono in numero esiguo ed hanno un’elevata possibilità di evadere il fisco: come segnalato dal Fondo Monetario Internazionale, il mancato pagamento delle imposte da parte delle grandi multinazionali del web sottrae all’erario italiano circa 20 miliardi di euro. Un peso insopportabile che viene scaricato bene o male sulle microimprese. Nei primi mesi del 2019, sono 6500 le imprese artigianali costrette a chiudere per colpa del calo dei consumi, le tasse, la mancanza di credito e l’impennata degli affitti. Ogni volta che chiude un negozio o una piccola attività, si perdono posti di lavoro e ci sono almeno una o due famiglie che entrano in uno stato di difficoltà andando a gravare sui Servizi sociali.

La media e grande impresa italiana? Scomparsa

L’Italia oramai conta un numero ristretto di grandi e medie imprese, che sono via via scomparse durante la seconda Repubblica. Se al tempo di Craxi eravamo leader mondiali nella chimica, plastica, gomma, siderurgia, alluminio, informatica, e farmaceutica grazie al peso di grandi imprese pubbliche e private come Montedison, Eni, Pirelli, Olivetti, Italsider Montefibre, Italsider, ma anche nel settore del tessile e del manifatturiero, a distanza di 40 anni il nostro paese ha perso la leadership in tutti questi settori.

Il ruolo sociale delle microimprese

A rappresentare l’asse portante dell’economia italiana sono rimate loro, le microimprese, l’ultima roccaforte, le quali assolvono ad un ruolo sociale importantissimo. Su quattro milioni di imprese, le grandi imprese (quelle oltre duecentocinquanta addetti) sono circa 3.140 – lo ripeto, tremila su quattro milioni – e assorbono il 18% dell’occupazione. Dove è il restante 82%, nella media impresa? Manco per idea. La dimensione media dell’impresa italiana è di 3,8 addetti. L’Italia si regge sugli artigiani, sui commercianti, sui piccoli imprenditori. Grazie a loro esiste il welfare, esiste la scuola e la sanità pubblica. Sono loro la colonna portante. Una colonna che però rischia di andare in frantumi tale è il peso che deve sopportare. E se crolla la microimpresa, sia ben chiaro, crolla il Paese.

Microimprese: Se i commercianti spengono le luci

Il pensiero corre ai commercianti di Ladispoli costretti a condurre azioni di protesta come quella di spengere le luci delle loro attività, dopo il tramonto, affinché il loro dramma e le loro difficoltà siano comprese da tutti, mostrando come potrebbe essere lo scenario della nostra città in un futuro non molto lontano. Una protesta che è partita dalla Capitale. Mercoledì 2 ottobre per due ore, dalle 18 alle 20, tantissimi negozi di Roma e di molti comuni della provincia come Ladispoli, hanno spento la luce per denunciare le condizioni di precarietà e sofferenza in cui versa il piccolo commercio. Sotto accusa sopratutto le merci della grande distribuzione sempre in saldo e la disparità fiscale tra i piccoli negozi e i colossi online.

La politica vessatoria nei confronti dei piccoli è casuale?

Alla luce dei suddetti dati statistici, una domanda sorge d’istinto: perché i vari governi che si succedono in Italia hanno sempre adottato politiche vessatorie, castranti ed ostacolanti – ultimo in ordine di tempo, la lotta ai contanti – nei confronti delle microimprese? Ossia contro coloro che rappresentano la spina dorsale dell’economia italiana, grazie ai quali si regge lo Stato sociale? Forse perché l’abbattimento del welfare italiano è di fatto un obiettivo perseguito con determinazione oramai da decenni? O piuttosto perché il ceto medio dei piccoli imprenditori costituisce una spina nel fianco della dittatura del grande Capitale?

«La terribile persecuzione fiscale e burocratica contro le piccole imprese sarebbe inspiegabile, se dietro non ci fosse la volontà di decimarle facendole chiudere. Che l’obiettivo sia proprio questo, è scappato detto anche a Visco e Monti – afferma Guglielmo Piombini, pioniere del liberalismo ed autore di numerosi saggi sull’argomento – alla radice di questa ideologia avversa ai lavoratori autonomi c’è il desiderio di controllo totalitario della società di fronte alla quale i “kulaki” ( contadini indipendenti nell’Unione Sovietica che furono sterminati e rinchiusi nei gulag) del ceto medio costituiscono il maggior ostacolo, perché si guadagnano da vivere da soli senza aver bisogno della politica e dello Stato». Ricordate cosa scrisse lo scorso anno Michele Boldrin, economista e blogger, con una lunga militanza nel PC e poi nel PD? «Due decenni che ve lo ripeto: la micro e piccola impresa italiana va decimata se si vuole che il paese riparta. Si ritorna a crescere se e solo se le micro e piccole  imprese vengono rimpiazzate da medie e grandi più produttive, efficienti, innovative. E che pagano imposte!». Peccato per Boldrin, che a più tasse siano proprio loro: le microimprese. Mentre appare evidente l’intento di voler liquidare una classe sociale troppo libera, non inquadrabile e non controllabile da un sistema di potere con un profilo sempre più totalitario.

di Miriam Alborghetti