MARILYN MONROE, TROPPO BIONDA PER ESSERE CREDUTA

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Recensione teatrale a cura di Mara Fux

È un’emozione fitta, che prende forte alla gola salendo dritta dal cuore, quella che coglie la platea quando la voce profonda di Melania Giglio, calibrando con mestizia le note di Elton John e sussurrando leggera “Goodbye Norma Jean…” ,  avvia  sapientemente la chiusura del sipario facendo coincidere il termine dello spettacolo con la consegna delle ultime rose fatte deporre sulla lapide dell’attrice nel 1999 da Joe Di Maggio.

La sua voce è lontana, lontanissima almeno quanto agli occhi dello spettatore può apparirlo, in apertura dello spettacolo, l’annuncio della morte della trentaseienne star hollywoodiana pronunciato settantaquattro anni fa dalle onde di una radio americana e da uno speaker non meglio identificato dal pubblico del teatro.

Ma lei invece no che non è “non meglio identificata”: anche il più giovane e meno preparato degli spettatori del Teatro Manzoni ove il regista Daniele Salvo ha messo in scena questa delicatissima opera, sa che quella rappresentata sul palcoscenico è l’amaro fuori onda della vicenda terrena di Marilyn Monroe, la donna più sognata e desiderata dell’epoca contemporanea. O almeno questo è quello che ci si aspetta, che si narrino “i cavalier, l’armi, gli amori”. Quello che invece vien fuori dalla rappresentazione scenica e dalla selezione dei brani cantati è il tentativo, peraltro ben riuscito, di far emergere la bellezza di un’anima di suo già sofferente, schiacciata dai feroci meccanismi dello showbiz.

La Giglio nella stesura del copione prende spunto dalle svariate interviste in cui la platinata star, ripercorrendo la vita fin dall’infanzia, svela l’immensa tristezza che l’avvolgeva mentre confidava alle pagine dei suoi diari i propri pensieri tramutati in versi. La Giglio le ha tradotte nei dialoghi dello spettacolo lasciando ben intendere come le poesie di Marilyn siano poche esattamente come poche furono le carezze d’amore puro, fatte di quell’amore unico e speciale, di chi “non vuole nulla in cambio”; quelle carezze che ogni donna bella purtroppo teme di non meritare visto che dalla vita, terribile a dirsi, ha già meritato il dono della bellezza.

E Marilyn, anzi Norma Jeane, viveva profondamente questo dramma che la rendeva vittima di una incommensurabile fragilità da cui niente e nessuno avrebbe mai potuto guarirla. La Giglio tutto ciò è riuscita a rappresentarlo benissimo spogliando di ogni possibile sfarzo hollywoodiano la scena fatta ora di un solo tavolino da bar, ipotetico luogo d’incontro tra Di Maggio e Milton Green, ora di un divanetto in legno e tappezzeria buttato lì ad accogliere le confidenze tra l’attrice ed il fotografo del cuore, ora di un freddo lettino ospedaliero elementi che, posti in maniera differente avrebbero potuto distrarre lo spettatore.

Stesso dicasi per la scelta dei costumi che limita al richiamo dell’epoca riproducendo solo quel paio utili a taluni brani, il tutto a vantaggio dei contenuti del testo. Sono andata a vedere la Giglio per aver sentito parlare della sua voce e del suo azzardo nel raccontare la vita di volti femminili come la Piaf e la Winehouse. Interpretare Marilyn però credo sia un azzardo ben maggiore perché c’è il rischio di “mascherarsi” per emulare una bellezza inimitabile aumentata dalla tortuosità di un’anima assetata di amore.

Dinnanzi ad un personaggio che poteva offrire spunti di pruriginosa morbosità per la celebrità dei suoi amori, l’autrice ha scelto di narrare quello turbolento,controverso ma interminabile di Di Maggio il solo che varcherà la soglia del cielo. Lo spettacolo è fluido, l’interprete di assoluto livello e chi la affianca la sostiene prontamente dandole modo di offrirsi e di offrire agli spettatori il riflesso di un volto che il mondo intero ha deciso di non dimenticare.

Marilyn Monroe