Patrizia Pellegrino, Blas Roca Rey e Bruno Maccallini.
Con ritmo ed energia incalzanti pari solo ad un martello pneumatico, sul palcoscenico del Teatro Manzoni di Roma è andata in scena di “Buoni da morire”, ennesima “macchina perfetta” firmata da Gianni Clementi, fertile drammaturgo contemporaneo che con questa commedia si approccia alla regia per la seconda volta dirigendo Patrizia Pellegrino, Blas Roca Rey, ed un ineguagliabile Bruno Maccallini talmente padrone del ruolo dal primo all’ultimo minuto da sortire nello spettatore il lecito interrogativo “ma non sarà così pure nella vita?”.
Eh già, perché sulla scena Maccallini è uno di quelli che a Roma si definisce senza troppo eufemismo “bastardo dentro”. Uno di quelli, insomma, che da adulti sia nella vita che nella professione si rifanno delle schicchere dietro alle orecchie prese sui banchi di scuola. Di quelli che da tappezzeria fissa alle feste ti vanno poi non solo a concupire ma proprio a sposare la reginetta del ballo pluricorteggiata dai fighi dell’intero liceo. Di quelli che, smessa la tonaca da chierichetto domenicale, non mancano di voltare le spalle al compagno caduto in disgrazia fosse mai ne venissero contagiati. Ed ecco che siamo al punto, al nocciolo di una trama perfetta che vede una platinata bellona sposata ad un occhialuto secchione divenuto l’indiscusso re del bisturi, rincontrare in una notte buia e tempestosa l’amorino del liceo caduto nell’oblio di una vita da clochard. E se nella vita tutto può succedere, Clementi, statene certi, lo fa accadere: dalla preoccupazione del piazzamento in casa al giri in giro per recuperar vestiario; dall’offri qua e presta là al “come è possibile sia successo a lui”; dalle valutazioni delle scelte fatte alle riconsiderazioni del proprio status. Perché è questo che Clementi con la sua penna, zitto zitto, fà: ti macchia con l’inchiostro apparentemente in superficie ma poi, con qualche sotterfugio che quatto quatto innesca, te lo fa scivolare nel groviglio delle emozioni scatenandole e facendoti mettere in discussione i tuoi valori.
Clementi è così: che parta da un oggetto o da una persona non importa, qualche garbuglio lui dentro l’anima te lo deve procurare o non è contento. E in “Buoni da morire” ci riesce a pieno.
Patrizia Pellegrino, attrice nazionalmente riconosciuta per pregi professionali, simpatia e fascino, è perfetta nel ruolo di ex reginetta del ballo trasmutata in moglie da esposizione e accorata chioccia di un aspirante rapper. È bravissima, ha ritmo e diverte con le tante battute esilaranti che il testo intelligentemente le concede. Blas Roca Rey non smetti di guardarlo senza chiederti quanto si diverta ad arricchire il personaggio con dettagli che ne aumentino la ripugnanza, come un bambino che intruglia col dito nel naso per vedere che effetto fa.
Bruno Maccallini è decisamente perfetto nel suo ruolo di “bastardo epocale”, non molla il personaggio nemmeno un secondo rendendolo più che convincente ad ogni battuta, passando per ogni registro dal simpatico all’antipatico al cinico con sfumature millesimali di voce, di gesto, di postura.
“Buoni da morire” è uno di quegli spettacoli di teatro contemporaneo che ti rimette in pace con il teatro contemporaneo stesso, perché ascolti dialoghi di una drammaturgia funzionale all’azione, assisti ad interpretazioni sentite, non calcate a forza dentro nomi del momento ma portate sul palco da professionisti che sanno muoversi all’interno di una scatola scenica ben congegnata e realizzata con dovizia e originalità.































































