L’Italia ostaggio del passato

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Occorre che il Paese, per crescere, pensi al nuovo, svincolando l’attenzione, del suo dibattito pubblico, dal passato, il quale, per vivere, deve essere superato, ma mai dimenticato

di Antonio Calicchio

E’ pensabile che, nel 1980, potesse sorgere un dibattito tanto nell’ambito degli organi di stampa, quanto in quello culturale e politico in ordine agli accadimenti – ad es. – relativi all’entrata in guerra, nel 1940, dell’Italia?

Ed invece, oggi, nel 2021, appare normale che si instaurino di nuovo discussioni relativamente al terrorismo, a piazza Fontana, ad Ustica, alla P2, a Tangentopoli et similia. E cioè, che si ridiscuta circa i loro retroscena, le loro complicità, i loro aspetti in ombra, si ridiscuta, appunto, di tutto quanto avvenuto molti anni fa. I motivi risiedono sia nelle complicità e nei retroscena summenzionati, sia nella necessità – morale, prima che giuridica – di risarcire le vittime, di dare giustizia a coloro che subirono la perdita dei propri familiari; nella necessità di dare loro giustizia.

Tali avvenimenti, ossia quelli conseguenti alle vicende di cui sopra, costituirono un fatto di natura non solamente privata, ma anche – senza voler scomodare, per il terrorismo, la categoria della guerra civile – pubblica in quanto rivolti nei confronti della collettività nazionale e del suo sistema democratico-costituzionale. Di qui l’interrogativo: fino a quando ha senso e valore che detta collettività conservi la sua attenzione, discuta, investighi e, dunque, si divida in merito a siffatti avvenimenti, nonché al contesto in cui accaddero? Si sostiene: esistono complicità fondamentali e mandanti occulti di cui nulla ancora si sa, soprattutto per quel che concerne il terrorismo. Quand’anche ciò fosse vero – e, in parte, lo è, come è logico che sia in simili vicende – tuttavia quanto testé evidenziato non riguarda certamente una eventuale amnistia. Per tutti quanti i fatti non ancora caduti in prescrizione, la magistratura – ove mai abbia degli elementi – prosegua le sue indagini. Ciò che, qui, si intende, per contro, sottolineare è il risvolto pubblico del Paese, unitamente alla sua immagine, ovverosia l’immagine della sua mentalità, della sua cultura, della sua retorica, da ciò che deriva dal perpetuo rivangare che, da decenni, si compie di quei lontani, ormai, drammi fra memorie, ricostruzioni, insinuazioni, osservazioni, rievocazioni di qualsiasi genere. In un continuo ed infinito ritorno al passato tra indignazione di Stato e frequenti pentimenti.

Tuttavia, il passato, affinché riviva, deve essere superato, non dimenticato certo, ma neanche occorre rimanerne assoggettati. Bisogna accantonarlo ed oltrepassarlo onde trarne, laddove indispensabile, l’utile ispirazione; evidentemente, se possibile, nell’intimo della coscienza, più che nei programmi televisivi.

Nel dopoguerra, il nostro Paese ha avuto la capacità di risorgere, con effetti benefici di cui, a tutt’oggi, godiamo in quanto è riuscito proprio in questo, vale a dire ad affrancarsi dai vincoli e dai condizionamenti del suo recente passato. Fu ciò che si propose l’amnistia per quanto posto in essere nel corso della guerra civile, amnistia la quale, più che costituire un vile atteggiamento di rinunzia, rappresentò, per converso, un ponderato atto di governo, a costo, bensì, di un non irrilevante numero di ingiustizie, ma nella prospettiva di un superiore vantaggio, ossia quello di rimuovere la forza ricattatrice e immobilizzante del tragico passato vissuto.

Per venti anni, l’Italia ha rievocato gli eventi passati nelle occasioni di rito, in quelle del calendario civile; però, nella sua quotidianità socio-politica si interessò di altro, guardando avanti per conseguire i traguardi che si conoscono. E’ ciò che, viceversa, l’Italia attuale non riesce a fare. Probabilmente, proprio per questa ragione la nostra nazione, da anni, appare impantanata ed arenata nelle sue impossibilità. Una nazione incapace di agire e di crescere, di vincere gli ostacoli, di concentrarsi sul nuovo giacché la sua mente, la sua vista, il suo dibattito pubblico sono costantemente proni rispetto al passato, ad un passato che, però, non riesce a passare.