Famosa è la canzone di Vasco Rossi, intitolata “Liberi, liberi”, in cui il cantautore dice nel ritornello “liberi, liberi, siamo noi, però liberi da che cosa, chissà cos’è? “, etc.
Beh, se l’avete ascoltata forse vi sarà capitato di provare a dare una risposta a questa domanda che lui si fa: che cos’è che ci rende liberi e parimenti che cos’è che ci fa sentire bloccati, prigionieri?
Sono “cose” esterne, relative al mondo sociale o sono aspetti interni, legati alla personalità individuale? o anche entrambi?
Una risposta è difficile, forse perché non ce n’è una sola e probabilmente perché il discorso non è generalizzabile, ma squisitamente individuale: alcune persone sono prigioniere delle loro paure, altre delle loro dipendenze o ossessioni, altre del loro corpo (persone in corpi di uomini che si sentono donne e persone in corpi biologicamente femminili che si sentono uomini), o altre ancora dei loro rigidi sistemi morali e dei divieti che si danno e che non gli permettono di “lasciarsi andare”, e così via: aspetti tutti questi che coinvolgono sia l’intrapsichico – le mie paure e i miei tabù sono miei, un aspetto molto personale – che il relazionale/ sociale – i miei divieti morali che mi impediscono di lasciarmi andare come desidererei, hanno una loro origine nelle norme sociali, le quali fin dall’infanzia ci educano e condizionano a pensare in termini di “giusto e sbagliato”, di “morale e immorale”, di “ciò che è normale e ciò che non lo è”.
La moralità stessa ha senso solo in un determinato contesto socio-culturale che la origina: il senso morale degli occidentali, per esempio, è molto diverso dal senso morale degli orientali.
Questo discorso è molto importante in psicologia, associando la sensazione di sentirsi liberi ad una maggior benessere psicologico: Sigmund Freud probabilmente si fece in qualche modo la stessa domanda di Vasco Rossi, tant’è che sostenne che la psicoanalisi “rendeva liberi”, nella misura in cui aiutava le persone a conoscere se stesse nei loro lati inconsci e sconosciuti, i quali agivano dentro di loro e guidavano i loro comportamenti e le loro scelte “a loro insaputa”.
Obiettivo della psicoanalisi di allora, come di oggi d’altronde, è infatti “rendere l’inconscio conscio”, così che le persone siano libere di scegliere cosa fare con ciò che hanno capito dei loro desideri, bisogni, limiti, capacità, sogni e caratteristiche di personalità confrontandosi con le norme sociali della comunità in cui sceglieranno di vivere (quello che Freud chiamava “il principio di realtà”).
Seguendo questo discorso potremmo dire dunque, generalizzando, che le persone siano prigioniere sia delle forze che ci sono nel loro inconscio (sempre se non ne hanno consapevolezza e dunque non padronanza) che della loro educazione sociale e morale: alcuni disturbi psichici emergerebbero quando tra questi due aspetti – le pulsioni personali e le regole sociali – la persona non riuscirebbe a trovare un equilibrio e un adattamento.
Anche i disturbi psichici ed i sintomi sono per la psicoanalisi e la psicoterapia ad orientamento psicoanalitico modi in cui si esprime e manifesta la sofferenza individuale, non il “vero” problema in sé, ma solo “la punta di un iceberg” da conoscere, il frutto di una disarmonia tra la personalità e la realtà del contesto relazionale in cui la personalità individuale del paziente si esprime.

Psicologo – Psicoterapeuta
Dottor Riccardo Coco
Psicologo – Psicoterapeuta Psicoterapie individuali, di coppia e familiari
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