Liberare Ladispoli

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Comunicato stampa di Liberare Ladispoli

La Sagra del Carciofo non è dell’amministrazione.
È di cittadini, della comunità. È di tutti.
La Sagra del Carciofo è una cosa seria.
È bella, è identità, è storia. Parliamo di una manifestazione che da oltre 70 anni porta
migliaia di persone a Ladispoli, che dà ossigeno a commercianti e agricoltori, che fa
conoscere il territorio ben oltre i suoi confini. È uno dei momenti in cui la città si
riempie davvero, si accende, si ritrova. E questo è un valore enorme, che nessuno
mette in discussione.
Proprio per questo, però, non può essere difesa a prescindere. Perché un evento così
importante meriterebbe molto di più. Oggi la sagra funziona, ma resta soprattutto un
grande evento di intrattenimento: stand, cibo, spettacoli. Finisce lì. Manca un
progetto che parta dal carciofo e costruisca qualcosa durante tutto l’anno: un prodotto
identitario, un lavoro sulle filiere locali, un investimento su giovani imprese e
innovazione. Manca una visione che la trasformi da evento a motore culturale, sociale
ed economico della città.
E invece il potenziale c’è tutto.
Basterebbe valorizzare davvero quello che Ladispoli ha già: gruppi musicali locali,
realtà teatrali, scuole di danza, associazioni culturali. Basterebbe costruire percorsi
che accompagnino la sagra: visite ai siti archeologici, alla Torre Flavia, al patrimonio
naturalistico. Basterebbe dare più spazio e centralità alla produzione locale del
carciofo, creando percorsi enogastronomici diversi, esperienze, laboratori, momenti
di racconto. In altre realtà funziona così: eventi che non si limitano a “intrattenere”,
ma costruiscono identità, economia, comunità. Qui invece restiamo fermi a un
modello che si esaurisce nel weekend.
E poi c’è il modo in cui viene raccontata.
Ogni anno la stessa dinamica: guai a criticare. I disagi (Secchioni inesistenti, bagni
chimici non pervenuti) per citarne solo una minima parte, rifiuti, organizzazione
viabilità e parcheggi (navette inesistenti, aiuole sradicate per improvvisare
parcheggi). Insomma; disagi che ci sono stati, e sono sotto gli occhi di tutti. Sia
chiaro: Sono anche normali per eventi di queste dimensioni. Ma proprio per questo
vanno affrontati, non minimizzati. Invece ogni osservazione diventa “polemica
sterile”, ogni critica viene respinta, ogni voce fuori dal coro trattata come un attacco.
E qui si arriva al punto più grave.
Il “giornaletto” locale, pagato con soldi pubblici, viene usato di fatto come uno
strumento di propaganda. Non informazione, non confronto, ma un racconto a senso
unico che serve a magnificare l’amministrazione, a costruire consenso, a trasformare
ogni evento in una vetrina elettorale permanente. Nessuno spazio per le criticità,
nessun vero contraddittorio, nessuna apertura. Solo auto-celebrazione. E questo,
quando si usano risorse dei cittadini, è un problema serio.Perché mentre lì si racconta una realtà perfetta, fuori le persone parlano, segnalano
problemi, fanno anche complimenti. E chi amministra? Nella maggior parte dei casi
non risponde. Nessun confronto, nessuna discussione. Al massimo un cuoricino rosso
o blu sotto ai commenti. Come se bastasse quello a sostituire il dialogo, come
(speriamo che non sia così) esempio di spessore culturale di chi ci amministra.
Ma una città non si governa così.
E infatti i limiti si vedono tutti. Non esistono collegamenti pensati davvero: dalla
campagna alla città, dai parcheggi esterni al centro. Si creano chiusure, percorsi
improvvisati, zone isolate. Ci si ritrova con palazzi chiusi su tutti i lati, strade lasciate
al buio, situazioni di abusivismo tollerato, fino a episodi che raccontano una gestione
superficiale del territorio.
La sagra è sacra. La sagra è dei cittadini, prima di tutto. E così la si sta solo
sminuendo. Sarebbe bello tornare a una sagra partecipata, costruita anche dai
quartieri, più identitaria, più radicata. Perché oggi sì, la sagra è cresciuta nei numeri,
ma ha perso parte del suo spirito, diventando sempre più consumo, con tutti i
problemi che questo porta: traffico, pulizia, organizzazione logistica. Una grande
macchina che funziona a metà: bella da vedere, ma caotica, pesante, difficile da
vivere.
La Sagra del Carciofo non è dell’amministrazione. È di cittadini, della comunità. È di
tutti.
E allora invece di chiudersi e difendersi, basterebbe una cosa semplice: aprire un
confronto vero. Un’assemblea pubblica, un momento in cui dire cosa ha funzionato e
cosa no, ascoltare davvero cittadini, commercianti, giovani e operatori e costruire
insieme la prossima edizione.
Perché il punto non è attaccare la sagra. Il punto è volerle bene davvero e volerle
bene significa avere il coraggio di migliorarla, di darle più valore, più visione, più
futuro. Per farlo serve meno propaganda e molta più umiltà. Ed è proprio questa,
oggi, la cosa che manca.
Liberare Ladispoli

riceviamo e pubblichiamo