Le tre versioni di Giuda

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di Giovanni Zucconi

Questo articolo prende spunto da un interessante saggio-racconto di Borges, intitolato appunto “Le tre versioni di Giuda”, contenuto in “Finzioni”, un libro del 1944, e dalla riproposizione, nel 2006, della traduzione del papiro contenente il Vangelo Apocrifo di Giuda. Le due fonti hanno una natura simile.

Tutte e due ci forniscono una visione di Giuda che è molto distante da quella ufficiale, e che fu ribadita, sempre nel 2006, direttamente da Papa Benedetto XVI.

Giuda è un personaggio che si presta a speculazioni intellettuali di diversa natura ideologica. Su di lui sono stati scritti i proverbiali fiumi di inchiostro. Noi ci limiteremo ad illustrare brevemente le tesi contenute nel racconto di Borges.

Nel Vangelo Apocrifo di Giuda, il tradimento dell’Apostolo viene presentato come un atto addirittura chiesto dallo stesso Gesù. Giuda ci appare come l’unico capace di comprendere pienamente il messaggio del Cristo, e lo consegna alle autorità romane solo per fare realizzare il suo destino di Salvatore dell’Umanità. In un passo di questo Vangelo si legge: “Tu sacrificherai l’uomo che mi riveste”. Giuda ci viene presentato quindi come l’Apostolo eletto, scelto per portare a termine un pubblico tradimento, che fu odioso e vile, ma anche necessario per distruggere la parte fisica e materiale di Gesù e per manifestare la vera natura divina del Cristo.

Borges, in “Le tre versioni di Giuda”, ci racconta di un teologo svedese, Nils Runeberg, che nel suo libro “Kristus och Judas”, del 1904, ci propone una tesi ancora più estrema sulla figura di Giuda. Avversato un po’ da tutti e accusato di eresia, riscrive questo libro per tre volte, ma in ogni edizione le sue argomentazioni si facevano sempre più ardite.

Nella prima edizione la sua tesi è molto simile a quanto descritto del Vangelo di Giuda. Lui sostiene che l’Iscariota fu l’unico a comprendere la missione del Cristo, e che si sacrificò proprio affinché si potesse manifestare la vera natura divina di Gesù. In questa edizione si sottolinea anche l’inutilità sostanziale del suo tradimento. Non sarebbe stato sicuramente necessaria l’indicazione di un informatore per fare riconoscere alle autorità Romane un personaggio che ogni giorno, pubblicamente, parlava e faceva miracoli davanti a migliaia di persone.

L’osservazione di questa inutilità è importante per capire meglio la versione più estrema della tesi di Runeberg, descritta nell’ultima edizione della sua opera. Una volta compresa la futilità dell’episodio del tradimento, da credente, il teologo non poteva ammettere che la Redenzione si potesse basare su un episodio così banalmente inutile.

La Dottrina Cristiana ci insegna che Gesù si sacrificò per l’Umanità, subendo un martirio commisurato alle grandi colpe che dovevano essere perdonate. Runeberg afferma che non possiamo credere che il sacrificio di Cristo si possa essere limitato alle sofferenze di un pomeriggio sulla Croce. Asserisce che non possiamo pensare che il figlio di Dio, abbassato alla condizione di Uomo per redimerci, non subisse un sacrificio “perfetto”, non viziato o attenuato da considerazioni di qualsiasi tipo. Inoltre non ci si doveva aspettare un sacrificio “esteticamente” bello, e che suscitasse nei posteri comprensione e partecipazione.

Del resto, anche le Sacre Scritture ci forniscono delle indicazioni che ci possono condurre a simili conclusioni. In un passo di Isaia, per molti la profezia della Crocefissione, si legge: “Salirà come radice da terra arida; non v’è in lui forma, né bellezza alcuna…. Disprezzato come l’ultimo degli uomini; uomo di dolori, esperto in afflizioni”. Giovanni, nel suo Vangelo, scrive: “Nel mondo era, e il mondo fu fatto per lui, e il mondo non lo conobbe.”.

Nel racconto di Borges si legge che Gesù si fece interamente uomo. Uomo fino all’infamia, uomo fino a alla dannazione e all’abisso. Riporto integralmente il passo, molto suggestivo, dello scrittore argentino: “Per salvarci, avrebbe potuto scegliere uno qualunque dei destini che tramano la perplessa rete della storia; avrebbe potuto essere Alessandro o Pitagora o Rurik o Gesù; scelse un destino infimo: fu Giuda.”.

Una tesi, quella di Runeberg e di Borges, estrema ed eretica, ma non priva di quel fascino drammatico che hanno tutte le rappresentazioni delle figura eroiche e dannate.