Le Malade imaginaire

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La gaiezza della commedia dell’arte ( di Jean Baptiste Poquelinein arte Molière) alla corte du Roi- Soleil siecleXIV Paris annèe 1673.

”Sire, accettate  la mia umile farsa”

Adattamento moderno di Vincenzo Ricotta

Alla Sala Gassman di Civitavecchia (23 e 24 maggio), Vincenzo Ricotta porta in scena un allestimento che è una vera e propria comédie sans ballet.

Il regista offre una lettura vicina al vaudeville francese, discostandosi dal Settecento e guardando alla piena maturità di Feydeau e Labiche.

Ne risulta un meccanismo perfetto, fatto di ritmi serrati e scambi di persona e porte che sbattono.

Ricotta evolve così la farsa originaria di Molière, originariamente pensata per le feste di Versailles, adattandola magistralmente alle esigenze del pubblico teatrale contemporaneo. Muovendosi su queste basi, il regista-interprete ha edificato la sua messa in scena esaltando l’eccesso recitativo, in una sorta di atto plebeo ‘osceno’ (peti, sciacquoni, evacuazioni). Un’onda d’urto che travolge lo spazio scenico e la sala, demolendo e dissacrando ciò che resta della commedia borghese.

Alla ribalta torna il “faceto”, il brillante, il comico dell’antica commedia dell’arte. Tuttavia, nel dramma della biografia (tra finzione e realtà), giunge il momento in cui anche il poeta Molière si consegna alla morte  e vi muore sulla scena (alla quarta replica). Se Shakespeare si congeda con La Tempesta, l’autore-attore francese assolve invece la sua sorte direttamente sulle tavole del palcoscenico. Tutto ciò non avviene sul proscenio della Sala Gassman.

Quando si leva il sipario sul “Malato immaginario”, un uomo è seduto in poltrona al centro della stanza dove pare il tempo si è fermato. Immaginiamoci pure la stanza come un orizzonte metafisico dove le ore si ristagnano spettrali una stanza in penombra in un alloggio borghese con una finta vetrata decadente – che fa da sfondo al famoso monologo introduttivo dell’avant-l’opéra- e una poltrona di velluto (rigorosamente non verde (1).

In questo spazio deputato si consuma l’intera performance di Argan: il Nostro vi giace immobile dall’inizio alla fine, abbigliato con pigiama di lana, vestaglia, calzettoni e papalina.Ricotta, abbracciando appieno lo spirito della commedia tardo feydeauiana, invita il pubblico a ridere di lui, dei continui quiproquo e dei bizzarri nomi onomatopeici.Si ride e l’atto teatrale, tra finzione e realtà, arriva come un’onda. Tutto è ritmo nell’ampio odèion moderno, dove il movimento ruota interamente attorno ad Argan e alle sue malattie immaginarie.

Di fronte a lui, a destra del boccascena, si trova quasi un ulteriore personaggio: un carrello sempre pieno di medicinali per l’alvo intestinale, con camomilla, anice, menta e pillole varie, come se le malattie e la medicina si risolvessero solo in movimenti intestinali. Ma così è: il malato esige attenzioni non solo dal famiglio, ma soprattutto dai “medici, dotti e sapienti” che paga molto bene. Da qui ha inizio la girandola dei personaggi.

Dall’inizio alla fine spicca Toinette (Antonella Perondi), serva di casa e personaggio chiave, ironica e saggia nelle sue apparizioni. A lei si unisce l’Argante di Ricotta, con declami e cadenze calabro-sicule (la commedia dell’arte antica ben si adatta a maschere che ne esaltarono lo spirito, come Pantalone, Arlecchino, il dottor Balanzone e Sganarello). Troviamo poi Belina (Albertina Cotunno), seconda moglie di Argante, una sorta di “vedova nera” devotamente falsa, dalla recitazione voluttuosa e dall’andamento fluido nel raggiro. Angelica (Giulia Precetti, anche aiuto regista) è la figlia devota dal corsetto ammiccante, incline al deliquio e sorpresa nello scoprire la propria esistenza all’interno della famiglia; la sua è una recitazione spezzata, sincopata, a sussurro.

Il cast è completato da Martina Lucidi (Luisella) e dai doppi ruoli del bravo Matteo Verticelli (Cléante, romantico innamorato di Angelica, e il Prof. Fecis, pedante e saccente medico che asseconda le manie di Argan pur di guadagnare), e dall’eccellente Andrea Piccolo nel doppio ruolo del Dott. Aulenti: pedante nel linguaggio, opportunista e avido, il personaggio incarna la categoria dei professionisti che sfruttano l’ipocondria di Argante. A suo fianco si colloca Tommaso Cagherai, che incarna il prototipo del medico accademico e ottuso dell’epoca.

Da clonerie futurista e decadente, la performance ( doppia) di Fabrizio Fati (prof Cagherai e Notaio Bonafede), postura ed abiti “ricercati”, d’annunziano, altero; Beraldo il fratello (Sergio Fulvio) sussiegoso in chemise casual chic, sicuro delle sue certezze (sui medici e le loro falsità) ma l’ammalato è Argan che alla fine riconosce di essere immaginario.Questo è il vero finale della commedia odierna, o comunque soltanto una delle tante legittime letture; Ricotta lo accetta e lo propone al pubblico, che plaude soddisfatto tra risa e applausi.

Domanda non maliziosa: cosa pensava davvero J. B. Poquelin prima della quarta rappresentazione di quel 1673? Cosa pensò (e “realizzò”) Chaplin nel finale di Luci della ribalta?(2)

Un repertorio tra antico e moderno, che spazia da J.B. Lully a Malatia di Peppino di Capri, e da Corelli ad Aznavour, passando per Mozart, Bennato e i Queen.Un viaggio tra sacro e profano, dal Te Deum di Charpentier fino al fragore di sciacquoni e flatulenze. Per questo lo spettacolo è adatto a tutti, non solo ai grandi.

E tutti risero…(3) per l’esilarante comicità, anche se gli adulti si chiederanno se quella malattia di Argan non sia di grande attualità, frutto dei comportamenti che la società assume per scongiurare la morte.

Molière e l’anti – Molière- La vocazione immaginaria- Il doppio

Come tutti i personaggi principali di Molière, anche Argan costituisce uno scandolo ed è una figura a due facce. Da un lato, con esiti esilaranti, si rifiuta di vivere: per Molière, infatti, l’esistenza equivale a esprimere la propria vitalità, mentre nel Maladeimaginaire il protagonista è paradossalmente paralizzato dalla paura delle mille malattie che lo abitano.

Se a un primo sguardo tutto ciò fa sorridere, a livello drammaturgico diventa “tecnicamente” e strutturalmente comico. Eppure, dietro la sua vigliaccheria e la tragica furbizia del falso malato, si consuma in Argan la profonda ribellione di un eroe, l’autentica e ultima reincarnazione di Sganarello.

Se infatti accettasse di vivere da malato, se ascoltasse i suggerimenti di Toinette e del fratello Berardo, egli diventerebbe di colpo un uomo come tutti gli altri. Argan invece è un estremista solitario. Mai accetterebbe un compromesso. Molière era malato, malato di morte.Ma non è questa la misteriosa relazione che tiene incollatida una parte e dall’altra della stessa medaglia, due profili così diversi. L’uno e l’opposto dell’altro. E’ piuttosto la loro comune vocazione immaginaria, la loro separazione, dalla realtà. Argan e Molière sono due “estremi” scomodi ed ingombranti. Infine è la reticenza di Argan a tradire Molière: è la malattia non la salute a produrre la realtà qualsiasi realtà.

 

Il teatro- monologo e il diaframma  fra teatro e la realtà

 Molière-Argan è un uomo senza prossimo e tutto il teatro che egli gestisce tra la poltrona e il cesso del proprio “foderato” alloggio ospedaliero è un teatro tutto per lui, un teatro- monologo, un immenso soliloquio.

Argan non ha interlocutori che possono comprendere il suo male così come non ha medici che possono guarirlo. Non ha interlocutori o ne ha uno solo se soltanto accettasse di udirne la voce irriducibile e scandalosa: Molière.

Non era mai accaduto, prima del “Maladeimaginaire”, che Molière evocasse se stesso in scena, cancellando con tutta la naturalezza, il diaframma fra teatro e realtà tra recitazione e vita.

 

Note

1)L’avversione per il verde in teatro è legata a superstizioni e ragioni pratiche. In Francia e in altri Paesi, il verde è considerato un colore di cattivo augurio. La superstizione è tutta francese, legata soprattutto a Molière, che morì nel 1673 dopo un malore accusato sul palcoscenico mentre recitava Il malato immaginario. La leggenda narra che indossasse proprio un costume di colore verde.

 

2)Molière (1673)

Il 17 febbraio 1673, prima della quarta replica de Il malato immaginario, Jean-Baptiste Poquelin era esausto e spaventato. Sapeva di avere una grave infezione polmonare, ma decise di salire ugualmente sul palco del Palais-Royal per non mandare sul lastrico la sua compagnia, spinta dallo spettro della fame. Mentre interpretava l’ipocondriaco Argante, fu colto da un violento attacco di tosse; morì poche ore dopo essere rientrato a casa.

Charlie Chaplin ( Luci della ribalta 1952)

Nel finale del film, Chaplin inscena una metafora della propria fine artistica e personale. Il suo personaggio, il clown decaduto Calvero, torna sul palco per un’ultima esibizione trionfale con il collega Buster Keaton. Subito dopo, mentre osserva nell’ombra la giovane ballerina Terry danzare, Calvero muore. Chaplin fa sì che il sipario e lo schermo si sovrappongano, quasi a dire addio al suo pubblico e al suo alter ego Charlot.

3) E tutti risero.. (TheyAllLaughed), film del 1981 diretto da Peter Bogdanovich,affonda le radici nella commedia sofisticata americana e nella classica screwball comedy degli anni ’30 e ’40,è interpretato da Audrey Hepburn, Ben Gazzara, Dorothy Stratten, Colleen Camp.

Michele Castiello
Docente storia del cinema UPTER