Le Demenze: uno sguardo ai familiari

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a cura della dottoressa Anna Maria Rita Masin

dottoressa Anna Maria Rita Masin Psicologa - Psicoterapauta
dottoressa
Anna Maria Rita Masin
Psicologa – Psicoterapauta

In questi ultimi 20 anni si parla molto di Demenza, un insieme di malattie degenerative del sistema nervoso centrale (tra cui la Malattia di Alzheimer) che inizia con una diminuzione dei ricordi recenti, fino ad arrivare alla manifestazione di comportamenti cosiddetti “strani” come rovistare tra le cose senza un motivo specifico, perdere l’orientamento in strade ben conosciute, non riconoscere famigliari.

Nelle fasi iniziali della malattia può insorgere aggressività, sia fisica che verbale, autodiretta (verso se stesso) o eterodiretta (verso gli altri), deliri di riferimento (“tu mi hai rubato i soldi”), allucinazioni visive (“c’era mia mamma in cucina”) o uditive (“ho sentito qualcuno che mi chiamava”). Molto spesso, la persona dorme di giorno e durante la notte è sveglia e tiene svegli i famigliari.

Uno sguardo particolare in questa patologia deve essere dato ai famigliari, i coniugi e i figli. Nella maggior parte dei casi, la malattia si evidenzia in persone con un’età oltre i 75 anni, il coniuge è coetaneo e presenta egli stesso dei disturbi fisici; i figli spesso sono indipendenti e hanno a loro volta costruito una famiglia con figli e un lavoro a cui dedicare la maggior parte del tempo.

Durante la valutazione dei famigliari, molto spesso si sentono queste frasi “all’inizio pensavo fosse la smemoratezza derivata dall’età”, “non mi riconosce più”, “questo non è più mio padre/mia madre”, “sembra un bambino/bambina”. Raccogliere informazioni sui vissuti dei famigliari, dà un quadro generale sullo stato di salute della famiglia, le sue risorse e le sue difficoltà. La famiglia è la cartina tornasole per la valutazione della gravità dei disturbi comportamentali della persona malata: maggiore o minore tensione o ansia nei famigliari implica maggiore o minore tranquillità nella persona malata e, quindi, un uso maggiore o minore di farmaci.

Spesso i famigliari riportano i quanto segue:

1- sensi di colpa: quando i figli dicono “ho trascurato i primi sintomi…all’inizio pensavo fosse solo qualcosa derivato all’età” vuol dire che “se fossi stato più attento e comprensivo avrei portato il mio genitore dal medico prima e magari non sarebbe così”. L’elaborazione dei sensi di colpa permette ai famigliari di leggere il recente passato e la loro situazione attuale in senso realistico.

2- rabbia o aggressività (per esempio, un tono di voce alto): la rabbia, spesso, è derivata da una incapacità di accettare e comprendere i sintomi e i comportamenti del proprio famigliare e quindi di dare risposte adeguate arrivando ad un circolo vizioso.

3- sensi di impotenza: la malattia progredisce in modo imprevedibile, spesso lento e continuo, a volte a gradini; talvolta si osservano illusori miglioramenti seguiti da gravi peggioramenti.

4- capacità di affrontare situazioni stressanti, come infezioni ed ospedalizzazioni oppure aggressività gratuita. In questi casi è importante chiedere aiuto.

5- le capacità di comunicazione.

Come ho detto prima, emergono deliri ed allucinazioni (“devo andare a casa perché tornano i bambini”) accompagnati da molta ansia: è importante assecondare il pensiero e, magari, con una scusa, rimandare a dopo. È fondamentale che ai famigliari vengano spiegate le varie fasi della malattia e i vari sintomi così da insegnare loro come rispondere in modo adeguato.

P.S. sono spesso i famigliari che necessitano di sostegno psicologico per affrontare i propri vissuti.

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