NEL NOSTRO TERRITORIO LA CRONACA SEMBRA RIPETERSI: OGNI SETTIMANA UNA NUOVA RISSA, UN NUOVO BOLLETTINO DI VIOLENZA CHE SCUOTE UNA COMUNITÀ ORMAI STANCA E SPAVENTATA
Lunedì scorso l’ennesimo episodio: una decina di ragazzi contro un cinquantenne armato di spranga, intervenuto – si dice – per difendere il figlio. Una scena brutale, conclusa con l’arrivo di polizia e ambulanza, che aggiunge un altro tassello a un mosaico sempre più inquietante. Una testimone ci riferisce: “Sembrava tutto surreale, dopo aver picchiato il signore si sono sfogati sulla sua auto rompendo vetri e specchietti. Ho temuto per la mia incolumità”.
Il fenomeno non è nuovo, ma negli ultimi mesi ha assunto proporzioni difficili da ignorare. Le risse si moltiplicano, i protagonisti sono spesso giovanissimi che trasformano una lite in spedizione punitiva. Alcune sere fa, ai giardinetti in pieno centro, una banda di rumeni e una banda di indiani se ne sono date di santa ragione. Chi ha assistito ha parlato di “scene da film”. A Civitavecchia ormai siamo alla vera e propria guerriglia urbana con tanto di locali distrutti e auto date alle fiamme. Durante l’estate si raggiunge il picco massimo, complici le serate all’aperto e i luoghi affollati, ma ormai la violenza non conosce stagione: i “balordi di turno” sembrano pronti ad agire in qualsiasi momento. Polizia e carabinieri intervengono di continuo, pattugliano, cercano di prevenire.
Ma da soli non bastano. Ne sono consapevoli gli stessi cittadini, che sempre più spesso rinunciano a uscire la sera o lo fanno con un senso di incertezza, come se una semplice passeggiata potesse trasformarsi in un rischio. “Uscire è diventata un’avventura”, dicono in molti. E questo, in una cittadina di mare abituata alla socialità e alla vita in strada, è forse il segnale più allarmante. Ma da dove nasce tutta questa rabbia? Cosa spinge gruppi di ragazzi a sfogare frustrazione e violenza senza alcun freno? Le risposte non sono semplici: c’è chi parla di noia, chi di assenza di spazi e opportunità, chi di famiglie disorientate, chi di modelli sociali distorti in cui la forza vale più del dialogo.
Una miscela di fragilità e vuoti educativi che rischia di esplodere in ogni angolo della città. Le soluzioni? Le conosciamo: sport, musica, spazi aggregativi, sensibilizzazinini a scuola sul tema, maggiore presenza dei genitori. Resta una domanda, la più difficile: cosa vogliono dimostrare? Forse nulla, forse tutto. Forse solo di “contare” in un mondo che sentono lontano, senza però rendersi conto delle conseguenze delle proprie azioni. Quel che è certo è che Ladispoli non può più permettersi di convivere con questa escalation. Serve un impegno collettivo, istituzionale e sociale, per ridare ai ragazzi un’alternativa e ai cittadini la serenità perduta.
































































