La Vergogna

0
219

 

Dottoressa Anna Maria Rita Masin
Psicologa – Psicoterapeuta

In questo articolo voglio parlare di un’emozione secondaria che tutti noi, chi più chi meno, proviamo o abbiamo provato: la vergogna. Faccio una breve introduzione teorica. La vergogna è un’emozione secondaria perché implica, a differenza delle emozioni primarie, un “ragionamento”, una riflessione e una valutazione di sé e dell’altro. La vergogna ha sia una connotazione sociale (fare qualcosa “contro” le regole sociali) sia una connotazione personale (fare qualcosa contro sé stessa). Storicamente in ambito sociale la vergogna serve a mantenere la persona all’interno di un sistema di norme sociali e di gerarche. Accenno, ora, al fratello della vergogna, il senso di colpa perchè spesso sono difficili da differenziare. La vergogna porta con sé il significato “sono sbagliato” mentre il senso di colpa porta con sé il significato “ho sbagliato e me ne pento”. Adesso passiamo alla parte concreta: come e quando emerge la vergogna. Nella pratica clinica, la vergogna emerge molto spesso ed è un po’ il filo conduttore di gran parte dei disturbi portati nella stanza dello psicoterapeuta. La vergogna è come una gelatina che pervade il nucleo più profondo della persana: il senso di (in)adeguatezza. Per questo motivo il cambiamento richiede un percorso impegnativo. La vergogna, nella pratica clinica, è spesso sia autoriflessiva sia legata alle norme sociali che la persona ha introiettato e che crede siano indiscutibili. Facciamo l’esempio di ciò che la società propone come immagine della donna: la donna deve essere una brava madre e moglie, una brava lavoratrice ma anche un’attenta casalinga, ecc. Molte sono le donne che mi raccontano che non riescono a fare tutto e che provano vergogna, oltre che senso di colpa, ad essere stanche. Altre persone provano vergogna, per esempio, ad avere delle fantasie sessuali che, secondo la loro impalcatura educativa, “non si devono fare”. Altre ancora raccontano di provare vergogna nel provare vergogna (per esempio provano vergogna nel pensare che provano vergogna nel parlare con le altre persone). Altre persone provano vergogna nel non riuscire ad arrivare a delle prestazioni (scolastiche o sportive) che gli altri si aspettano. Il messaggio che queste persone portano dentro di sé e che si autoperpetua è “non sono bravo abbastanza/sono deludente/sono sbagliato”. Nella vita questo porta o a cercare di fare sempre di più oppure a mettere in moto il meccanismo dell’evitamento, ossia evitare tutte quelle situazioni che possono portare a provare la vergogna. Il risultato è una progressiva chiusura o relativamente all’evento specifico (sport) oppure a tutto ciò che può provocare vergogna. I motivi per cui una persona prova più o meno vergogna sono molti e diversi e, come ho detto prima, possono essere determinati da un intreccio di norme sociali (rigide), educazione (rigida), esperienze di accettazione/punizione e di auto-accettazione/auto-punizione. Il lavoro psicoterapico sulla vergogna mette molto in primo piano il terapeuta perché deve rimanere, ora più che mai, in una posizione neutra e non giudicante (la figura del terapeuta deve essere neutra e non giudicante a prescindere). È fondamentale costruire un rapporto di estrema fiducia tra il terapeuta e l’assistito affinchè quest’ultimo riesca a fare esperienze “non giudicanti” dentro di sé e con il mondo esterno. Di pari passo, il lavoro verterà sul costruire o rinforzare l’autostima e rivedere molti eventi della vita in modo alternativo e diverso.

 

Dottoressa
Anna Maria Rita Masin
Psicologa – Psicoterapeuta
Psicologa Giuridico-Forense
Cell. 338/3440405
www.psicoterapeutamasin.it
Cerveteri
Via Delle Mura Castellane, 60