Ciò che è legale è anche giusto? E ciò che è giusto deve essere anche legale?
Legalità e giustizia si situano in un rapporto dialettico che genera i criteri di giudizio
di ANTONIO CALICCHIO
Legge e giustizia è una coppia di termini che è divenuta una di quelle c.d. grandi dicotomie che hanno fatto ingresso ed attraversato tutta la storia della cultura e del pensiero dell’Occidente, a partire dai suoi albori, ossia quelli della civiltà greca, sollevando una questione tra le più complesse e tormentose, come, per rimanere nello stesso campo di indagine, legge/coscienza, legalità/moralità, legge formale/legge morale, legge reale/legge ideale, legge umana/legge divina, legge politica/legge etica, diritto positivo/diritto giusto, diritto storico/diritto naturale, iusconditum/iuscondendum, fatto/valore, essere/dover essere.
Ed è proprio nella grecità che si rinvengono due vicende archetipiche,significativamente rilevanti in proposito che polarizzano, rispettivamente, due posizioni, entrambe assolute: quella di Sofocle e quella di Socrate. La prima ci perviene da un lavoro letterario – che Hegel, in Lezioni di estetica, considerava “una delle opere d’arte più eccelse e sotto ogni riguardo più perfette di tutti i tempi” – cioè una tragedia, e l’altra è vera.
Antigone, figlia di Edipo, contravvenendo all’editto del re di Tebe, Creonte, seppellisce il fratello, Polinice, caduto in duello e dichiarato nemico della polis: il re aveva impartito ordine che il giovane caduto fosse lasciato esposto alle intemperie ed alla voracità dei cani e degli avvoltoi. Antigone disubbidisce, appellandosi, fiera e sdegnosa, alle “leggi non scritte degli dèi, quelle leggi che non sono soltanto di oggi o di ieri, ma sempre vivono e nessuno sa quando apparvero”: sono le leggi divine che hanno determinato il suo agire, le norme morali non scritte, ma eterne, nella coscienza dell’uomo, le leggi della pietà. Ma viene condannata a morte.
La vicenda realmente avvenuta è quella di Socrate il quale, condannato a morte a causa di falsa accusa, relativa alla corruzione dei giovani, respinge l’esortazione dei suoi amici e discepoli a fuggire dalla prigione, bevendo la cicuta e dando esecuzione alla sentenza: le leggi, egli afferma, debbono essere ubbidite, quand’anche colpiscano l’interesse del singolo, giacché sono mura che proteggono la città.
Socrate riduce il diritto giusto a quello positivo, dando luogo ad una concezione legalistica della giustizia, nel senso che unica, vera, effettiva giustizia è quella che si attua per mezzo delle leggi vigenti. Mentre Antigone si richiama all’idea di diritto giusto, cui conformare quello vigente, nel senso che vero, autentico diritto è quello che si ispira ad ideali di giustizia, talché una legge ingiusta, quale quella di Creonte, non solamente è squalificabile come legge immorale, ma è da definire giuridicamente inesistente.
La narrazione dei due episodi testé delineati chiarisce come i concetti di legge – positiva, formale, storica – e di giustizia, i concetti di fatto e di valore, di essere e di dover essere si radichino su una distinzione tale per cui identificare essere e dover essere importa che tutto ciò che è sarebbe come deve essere, nel diritto nessuna norma o istituzione è ingiusta, la morale smarrisce qualsivoglia funzione critica e selettiva, il nostro stesso agire sarebbe insensato e privo di obiettivi.
Legge e giustizia, dunque, non sono categorie sovrapponibili e vivono una differenziazione dottrinale e storica indisputabile.
Definire la legge appare, forse, più agevole: Pericle, che per primo realizzò in toto la democrazia in Atene e le dette un fondamento teorico, in un colloquio con Alcibiade, sostiene che la legge è tutto ciò che chi comanda, dopo aver deliberato, fa porre per iscritto, prescrivendo ciò che si debba e non si debba fare e precisando, altresì, che sono leggi tutte quelle che il popolo fa mettere per iscritto, dopo essersi riunito in assemblea. In tale definizione, il comando di legge altro non fa che evocare quello legislativo, ovverosia quello che tutti i cittadini si danno per regolamentare i rapporti con lo Stato, nonché quelli fra cittadini medesimi, allo scopo di prevenire l’insorgenza di conflitti ovvero, qualora siffatto risultato non sia perseguito, offrire le regole per una loro soluzione, affidate ad un soggetto terzo ed imparziale, distinto dall’offeso e dall’offensore, quanto al diritto penale, o fra i due litiganti, quanto al diritto civile.
La giustizia, invece, che cos’è? “Questa sembra essere una di quelle domande per le quali v’è la rassegnata consapevolezza che l’uomo non potrà mai trovare una risposta definitiva, ma potrà soltanto cercare di formulare meglio la domanda”, evidenziava Hans Kelsen, nel 1952, all’Università di Berkeley, nell’ambito del suo discorso in occasione del suo congedo dall’insegnamento universitario.
Calamandrei, nelle lezioni del ’44, discutendo della nozione di legalità, reputata come necessario e doveroso adeguamento della legge ai principi di giustizia, ritiene quest’ultima come “quella più alta giustizia morale che sta al di sopra della legge”.
Giova, inoltre, rammentare la modernità e l’universalità del pensiero di S. Tommaso d’Aquino il quale, nella sua SummaTheologica, qualifica la giustizia come perpetua et constansvoluntasiussuumuniquiquetribuendi, nel senso che la giustizia è “volontà” che si basa sullo iussuumdi ciascuno, cioè su Dike. Una definizione in seguito continuamente ripetuta – talora con l’infinito del verbo, anziché del gerundio – che, peraltro, illumina e domina anche la dimensione giuridica della tradizione occidentale (essa si rifà a Platone, al secondo e al quarto libro della Repubblica: “giustizia” è che “ciascuno non abbia ciò che è di altri e non sia privato di ciò che è suo”).
In questa prospettiva, la giustizia costituisce un concetto diverso, distinto e – secondo Antigone prima e Calamandrei poi – più alto della legge formale, in quanto concetto espressivo dell’idem sentire di una collettività edei principi costitutivi della nostra convivenza democratica, come quello secondo cui il fine della umanità è sempre l’uomo, la vita, la libertà, l’uguaglianza, i diritti elementari e la dignità della persona.
La legge politica, interpretata ed applicata al lume dei valori di giustizia, consente la realizzazione dell’individuo e l’affrancamento da forme di sopraffazione e di prepotenza, siano esse la mafia od altro; ed infatti, l’eredità spirituale che Falcone, Borsellino, Livatino ed altri, comuni cittadini od uomini delle istituzioni assassinati dalla criminalità organizzata, è l’idea che essa si contrasta, si fronteggia e si debella nella famiglia e nella scuola, prima ancora che nella società, mediante una pedagogia finalizzata al rispetto e al valore profondo della giustizia: genitori ed insegnanti sono tenuti ad educare ed illuminare la coscienza e i sentimenti del giovane, affinché essi siano formati e pronti a reagire ad accadimenti ingiusti, immorali, empi, sudici ed oppressivi.
Il pensiero e le opere delle eminenti figure cui poc’anzi accennavo confermano che l‘interazione dialettica tra diritto positivo e diritto giusto, oggetto della giornata di riflessione sulla legalità, il 23 maggio, non può e non deve mai arrestarsi, poiché senza giustizia, senza moralità, senza coscienza, senza valori, la legge formale, statuale, storica, politica è un altare senza luce, ma senza legge, la giustizia rischia di essere un tempio vuoto e spoglio.





























































