La timidezza

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timidezza

Molte persone mi raccontano di essere stati timidi da bambini e, magari, di esserlo ancora. La timidezza viene definita come “un tratto caratteriale che può determinare una certa difficoltà nell’affrontare le situazioni sociali in modo adeguato. Le persone timide possono riscontrare timore o disagio nell’incontrare nuove persone, avviare conversazioni o stabilire legami di amicizia e relazioni amorose (Henderson, Zimbardo, Carducci, 2010).”

La timidezza può sfociare in ansia sociale ossia “un disturbo d’ansia caratterizzato da una preoccupazione significativa nel corso di (o nel pensare a) situazioni sociali, soprattutto se sconosciute, nelle quali l’individuo si sente esposto a un eventuale giudizio da parte di altre”. La persona timida racconta di temere i contatti sociali per la paura di non sapere cosa dire o come comportarsi. Alla persona timida, nell’immaginare le relazioni sociali soprattutto nuove, arrivano immagini in cui lei si sente in estrema difficoltà, senza vie d’uscita, risorse e capacità di destreggiarsi. La persona timida usa l’evitamento come meccanismo di difesaelitario. Ma perché alcune persone sono timide e altre no? Molte sono le teorie ma, nella mia pratica clinica, ho notato che le persone che si definiscono “timide” hanno un filo rosso che le accomuna.

Le persone timide hanno difficoltà nel credere nelle proprie capacità e risorse e preferiscono “non buttarsi” soprattutto nelle situazioni nuove. Hanno “eliminato” dal loro vocabolario psicologico la parola “ci provo e vediamo cosa succede”. Come ho detto in alcuni precedenti articoli, il bambino nasce perfetto, con un bagaglio di prerequisiti di base da sviluppare con le esperienze di vita che gli permetteranno di crescere ed esplorare l’ambiente esterno ed interno. La timidezza non è un risultato di una variazione genetica; per questo motivo il bambino diventa timido, non nasce timido. Le persone timide potrebbero aver avuto dei genitori che gli hanno “passato”, in modo indiretto, il messaggio che il mondo esterno è tendenzialmente pericoloso per cui è meglio ritrarsi piuttosto che affrontarlo.
Oppure, potrebbero avere avuto dei genitori molto conflittualida mettere in allarme il bambino nel non sapere, per esempio, al ritorno a casa da scuola quale atmosfera troverà. Oppure,un altro esempio, un bambino che ha un genitore che alterna repentinamente gesti, parole di affetto a gesti o parole denigratorie verso di lui oppure, che potrebbe avere reazioni estreme (in entrambe le polarità) all’espressione dei suoi desideri o bisogni.

Se il bambino, quindi, fa ripetute esperienze di incertezza nelle risposte delle figure di riferimento e, soprattutto, se queste risposte sono ripetutamente estreme, inizia a temerle preferendo inibirsi piuttosto che rischiare per proteggersi.

Un altro motivo potrebbe essere avere i genitori molto protettivi che fanno al posto suo; ciò impedisce al bambino di fare esperienze, di sbagliare e/o di fare giusto.Avere esperienze che aiutino il bambino a “provare” a fare le cose, a “provare” a fare le esperienze adatte a lui e a risolvere“a modo suo” le sue problematiche (con la supervisione dell’adulto), gli insegna a sperimentarsi e a sperimentare le sue risorse e la sua creatività e a costruire la sua autostima.

Mariarita Masin

psicologia giuridica
Dottoressa Anna Maria Rita Masin
www.psicoterapeutamasin.it
Cerveteri
Via Delle Mura Castellane, 60

Dottoressa
Anna Maria Rita Masin
Psicologa – Psicoterapeuta
Psicologa Giuridico-Forense
Cell. 338/3440405