La sindrome ed il complesso di Medea:

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Dottor Riccardo Coco
Psicologo – Psicoterapeuta

Il termine “Sindrome di Medea” deriva dalla mitologia greca, dove Medea è la sorella della famosa maga Circe. Medea si innamora di Giasone (l’eroe mitologico protagonista del furto del vello d’oro). I due si sposano, ma Giasone tempo dopo si innamora di un’altra donna e Medea si vendica dapprima uccidendo il nuovo amore di Giasone e poi uccidendo i suoi stessi figli avuti con lui. Più precisamente si deve dire che il termine “Sindrome di Medea” viene usato per riferirsi all’uccisione fisica dei figli da parte della madre; mentre il termine “Complesso di Medea” per descrivere il comportamento materno finalizzato alla distruzione del rapporto tra padre e figli dopo le separazioni conflittuali: così l’uccisione diventa simbolica e ciò che si mira a sopprimere non è più il figlio stesso ma il legame che ha con il padre. Da quanto apprendiamo dai mass media la sindrome di Medea è quanto mai attuale e diffusa, ma come si evince dal mito essa non nasce oggi. Inoltre non riguarda solo le madri: anche molti padri rapiscono ed uccidono i propri figli. Quindi più che chiederci cosa accade a queste madri dovremmo chiederci cosa accade a questi genitori. Ma dare un senso ad un comportamento umano così terribile ed “insensato” è impresa ardua: anzitutto perché esso è, appunto, “insensato” da un punto di vista evoluzionistico, in quanto contraddice la prima forza motivazionale umana che è la legge della conservazione della specie. Le forze psicologiche in atto devono perciò essere molto potenti. La vicenda mitologica di Medea però ci può aiutare a gettare almeno un po’ di luce sui meccanismi mentali patologici che possono innescarsi. Medea si vuole vendicare di Giasone e del dolore che prova per il suo tradimento. Non accetta la fine di questo rapporto ed il fatto che lui non la ami più e non sia “più suo”. La sua reazione a questo evento non è da lei “contenuta” dentro di sé e superata attraverso un processo di elaborazione del lutto, del dolore e certo anche della rabbia per la realtà dei fatti. Medea vuole vedere soffrire Giasone come sta soffrendo lei, anzi molto di più: non vuole solo vendicarsi, vuole distruggere psicologicamente Giasone, “fargliela pagare a tutti i costi”; ed allora lo colpisce dove sa che psicologicamente lo può annientare: uccide i suoi figli, cioè  quelli avuti con lui (che sono però anche i suoi). Questi ultimi vengono “usati e giocati” in un “triangolo perverso” in cui sono, e presumibilmente sono sempre stati, “pedine” sacrificabili in una partita a scacchi in cui gli unici pezzi che abbiano mai avuto un valore, almeno per Medea, sono il “Re” e la “Regina”. Medea non ama Giasone: il suo è un sentimento di possesso, non di amore. Lei crea patologici legami “simbiotici a due”. Se fosse stata capace di amarlo, la sua rabbia legittima per essere stata tradita e abbandonata, non sarebbe diventata desiderio di annientamento dell’altro “a qualunque costo”. Chi ama vuole il bene dell’altro, la sua felicità e non la sua morte, fisica o psicologica che sia. Insomma in chi commette tali crimini è, almeno in alcuni casi, la relazione di coppia l’unica in cui essi hanno investito e per i figli c’è sempre stato poco o nessuno spazio affettivo.

Dottor Riccardo Coco
Psicologo – Psicoterapeuta

Psicoterapie individuali, di coppia e familiari

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