LA SINDROME DELL’INVISIBILITÀ

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Molto spesso al di sotto di vari disagi e malesseri psicologici, emerge la sensazione di “non essere visto” dal partner, dagli amici o dalle persone con cui si è in relazione. La sensazione di essere invisibili ha radici molto profonde, già nei primi momenti relazionali del neonato con l’adulto di riferimento. Facciamo degli esempi.

La sindrome dell’invisibilità inizia quando la madre del neonato sviluppa la depressione post-partum e non viene aiutata nella cura di se stessa oltre che del neonato; per cui la madre risponde ai bisogni del neonato in modo tecnico ma trascurando, in modo costante, il contatto visivo, il contatto fisico, ecc.

La sindrome dell’invisibilità nasce e cresce anche quando i genitori o trascurano oppure aiutano troppo il figlio, per esempio risolvendogli i suoi problemi a modo loro. La sindrome dell’invisibilità si ha quando il genitore svaluta costantemente ciò che il bambino racconta, minimizzando e ridicolizzando le sue emozioni (per esempio dicendo: fossero tutti questi i problemi!).

La sindrome dell’invisibilità si ha in una persona che ha imparato a mettere in disparte i propri bisogni per adattarsi alle esigenze dell’altro. Si ha quando il bambino entra in casa e capisce bene qual è l’atmosfera tra i suoi genitori (se hanno litigato oppure sono in “pace”) oppure qual è l’umore di uno o di entrambi i genitore e, di conseguenza, sceglie se raccontare oppure no ciò che è successo a scuola.

Quali sono le conseguenze di questo modello di funzionamento?

Una conseguenza potrebbe essere il disturbo alimentare, anoressia ed obesità. L’adolescente potrebbe diventare pelle e ossa, oppure obesa, oppure sviluppare il vomito, solo perché così i genitori la/lo vedono. Un’altra conseguenza è fare la brava bambina: ossia comportarsi secondo le aspettative degli adulti di riferimento anziché ascoltare i propri disideri e bisogni (un esempio può essere: non arrabbiarsi, non fare la piagnucolona, ecc.).

Un’altra conseguenza è la crocerossina: instaurare relazioni in cui il partner è bisognoso di aiuto e si deve salvare. Un’altra conseguenza è la dipendenza affettiva. Un’altra conseguenza è pensare di non meritarsi i complimenti, le gratificazioni sia nella vita relazionale sia in quella lavorativa (per esempio: “non merito una promozione, prima o poi si accorgeranno che hanno sbagliato persona” nonostante chi parla abbia tutte le carte in regola per avere la promozione).

Un’altra conseguenza è la difficoltà di chiedere, di dire NO perché la persona ha imparato che se di dice no viene sgridata e, quindi, non amata. Un’altra conseguenza è “io non mi merito di essere amata”.

È importante, però, sottolineare una cosa: la differenza la fa la continuità. Se il bambino è sempre in queste condizioni, allora si instaura questo meccanismo. Se, invece, tutto ciò succede ogni tanto (perché i genitori sono umani e capita che alle volte non riescano ad ascoltare il proprio figlio perché anche loro sono stanchi o hanno avuto giornate intense o hanno delle preoccupazioni), allora il bambino impara che può succedere ma che “i miei genitori in molti altri momenti mi ascoltano”.

Ricordiamo “la madre sufficientemente buona” di Winnicot, ossia un genitore che con le sue risorse, le sue capacità ma anche con le sue difficoltà, le sue fragilità.

Dottoressa Anna Maria Rita Masin
Psicologa – Psicoterapeuta

Dottoressa
Anna Maria Rita Masin
Psicologa – Psicoterapeuta
Psicologa Giuridico-Forense
Cell. 338/3440405

www.psicoterapeutamasin.it
Cerveteri
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