1° parte
L’utilizzo di questo termine, “La Sindrome della Crocerossina” (per gli uomini, la “sindrome dell’infermiere”), non si trova in nessun testo di psichiatria e non esiste nessuna categoria diagnostica con questo nome. Tuttavia è un termine entrato così tanto nell’uso comune e nell’immaginario collettivo che lo utilizzerò per descrivere quel tipo di persone (per motivi culturali vi sono più “crocerossine” che “infermieri”) che scelgono partner e mantengono relazioni affettive in cui rivestono rigidamente il ruolo di “coloro che si prendono cura”. Esse sono attratte da persone che percepiscono essere “da salvare” e “sofferenti”.
Per tali motivi si “incastrano” con amici e partner che nella relazione rivestono e devono rivestire il ruolo di “coloro che devono essere aiutati”. La “crocerossina” infatti può esistere solo se c’è un “malato”! Queste due persone si scelgono inconsciamente e provano da subito una forte attrazione reciproca.
Il legame che creano è un incastro perfetto, come “quella” chiave per “quella” serratura. Potremmo dire usando un linguaggio psicoanalitico che mentre uno dei due cerca inconsciamente “una madre/padre”, l’altro (il nostro infermiere o la nostra crocerossina) cerca “un figlio/figlia”.
Un legame tanto solido quanto spesso non evolutivo per entrambi però, poiché in queste relazioni i ruoli devono essere mantenuti rigidamente e pertanto non c’è possibilità di cambiamento. Quali conseguenze?
Beh, per esempio le seguenti: quando la “crocerossina” sarà in difficoltà chi ci sarà per lei? Lei è una “specialista” nell’accudire gli altri, ma a lei chi ci pensa?
Ed è capace di chiedere aiuto, lei?
Di appoggiarsi ad un altro?
E il “malato”?
Anch’egli non è che vada meglio, perché può esistere nel rapporto solo come “malato”: il paradosso è che se quest’ultimo prova effettivamente a cambiare e ad uscire da tale ruolo, magari essendo più indipendente ed autonomo, non chiedendo sempre aiuto alla crocerossina, la relazione tra loro può andare in crisi, poiché si è strutturata su questo “accordo emotivo non scritto”.
Insomma c’è proprio un “gioco di coppia”, una “collusione inconscia”, che ostacola a livello inconscio i cambiamenti che si vorrebbero a livello conscio: come se si dicessero “voglio che tu cambi, ma mi raccomando, non cambiare”. Queste coppie le potremmo definire del tipo “l’infermiere ed il malato” o “il genitore ed il bambino”.
E così per via del “gioco di coppia” si crea, come dicevo, un paradosso in queste coppie, poiché possono rendersi conto di essere infelici, ma se provano a cambiare (a meno che non lo fanno insieme e in parallelo) trovano la resistenza inconscia dell’altro o si attiva in loro un conflitto, una crisi.
Tale conflitto interno è tra a) “il bisogno inconscio di restare così” (i perché di questo bisogno inconscio li vedremo nella seconda parte del presente articolo, dove parlerò anche del trattamento) sostenuto dall’angoscia dell’idea della separazione e b) il desiderio di cambiamento sostenuto dal senso di infelicità per lo status quo.
E “solitamente il bisogno vince sul desiderio 4-0”, poiché il cambiamento spaventa molto essendo legato all’incertezza di un nuovo modo di stare insieme che è tutto da scoprire e costruire con fatica, mettendosi in gioco e risolvendo i propri problemi relazionali che portano a creare legami di questo tipo.

Psicologo – Psicoterapeuta
Riccardo Coco
RICEVE PER APPUNTAMENTO
Cell. 3384970924
Studio professionale: Via Palermo 123, Ladispoli
www.riccardococo.net





































































