La Sindrome della Crocerossina 2° parte

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In questa seconda parte voglio affrontare le motivazioni inconsce che portano queste persone a diventare nelle relazioni “crocerossine ed infermieri” e a cercare quindi partner complementari che possano rivestire i ruoli di “malati” o “bisognosi d’amore”.

Dove si impara a porsi nelle relazioni come “i salvatori”? Premessa e corollario a quanto dirò è un concetto psicoanalitico fondamentale: le esperienze relazionali infantili strutturano ed organizzano la personalità adulta. Si impara, cioè, nell’infanzia, interagendo con le proprie figure di attaccamento, un certo modo di stare in relazione che poi si porta avanti anche da adulti perché è il modo che si conosce e ciò che si conosce rassicura, anche se può rendere alla fine infelici: Il bisogno di continuità nell’esperienza di sé, il proprio senso di identità è così primario e necessario da guidare ed orientare nelle scelte relazionali come “una bussola emotiva”.

In fondo non è forse vero che l’ignoto spaventa e disorienta, come camminare nel buio? Ebbene, nelle storie di queste persone ci sono spesso “relazioni di accudimento invertite” in cui furono loro a doversi occupare dei bisogni emotivi (a volte anche fisici) dei loro caregivers (cioè chi si occupa del bambino, di solito i genitori) e non necessariamente perché questi glielo avessero direttamente chiesto: magari li vedevano infelici e depressi, o erano spesso malati fisicamente ed allora ecco che per vederli felici si prodigavano per “rivitalizzarli”, facendo per esempio “i loro confidenti”, i loro “infermieri” o anche “i clown della famiglia”: quelli che in casa cantano, urlano, giocano, saltano, o anche rompono spesso oggetti, tutto pur di “svegliare dal torpore i genitori” ed attirare l’attenzione su di sé, anche per deviare, sempre su di sé, il conflitto della coppia genitoriale.

Conflitto che può anche essere non esplicitato dai genitori, ma che si “percepisce” attraverso la tensione che si “sente” nell’aria. Far arrabbiare i genitori, allora, a costo di prender tante punizioni sembra mille volte meglio ad un bambino del sentire il vuoto angosciante che c’è quando ogni adulto sta per conto suo e non ci si incontra. Lo scontro allora è meglio del non incontro… è un abbozzo di relazione, almeno.

Dunque sia il senso di vuoto che la sofferenza dei genitori o i loro conflitti di coppia “impliciti” spingono questi bambini “a dare e dare…e poi ancora dare”, speranzosi “di salvare” per poi avere accudimento, una volta che saranno riusciti nella loro missione (impossibile) di “risanare” i genitori.

E’ come se il bambino si dicesse “una volta resi felici con il mio amore finalmente potranno darmi quell’amore e quelle attenzioni di cui ho bisogno”, ma le cose non avranno quasi mai questo esito, anzi finirà spesso che tali bambini si svuoteranno della loro energia vitale e si deprimeranno.

E poi diventati adulti continueranno in questo modalità appresa di “svuotarsi” nelle relazioni e rimarranno spesso profondamente delusi dagli altri che non riusciranno a ricambiare il loro “dare” come loro vorrebbero: Il fatto è che ciò che inconsciamente vanno cercando negli altri è l’amore infantile di “una madre” e “di un padre” e solo fare i conti con questo “lutto” per l’amore non avuto e curare questa ferita potrà terapeuticamente cambiarli.

Dottor Riccardo Coco
Dottor Riccardo Coco
Psicologo – Psicoterapeuta

Dottor Riccardo Coco
Psicologo – Psicoterapeuta
Psicoterapie individuali,
di coppia e familiari

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