Le Diete alla Moda (fad diets): la “Paleodieta”.
Le “diete fobiche” americane non hanno riferimento e sostanza scientifica: fantasia e mero profitto fin dal periodo della loro apparizione (1920). Diete restrittive che si concentrano su un paio dei 5 principali macronutrienti (carboidrati, proteine, grassi, fibra e acqua) opposte ai Modelli Nutrizionali riconosciuti (Mediterraneo e Giapponese).
La Paleodieta (la prima che esaminiamo) è stata ideata dal gastroenterologo W. L. Voegtlin negli anni ’70, concentrandosi sul consumo di carne (l’America è tra i più grandi produttori di carne, difatti). Il paleontologo P. Ungar, nell’ascesa del fanatismo della “paleo-dieta” (2017), ne ha negato la validità e la stessa esistenza su Scientific American: “Quale era la dieta umana ancestrale? La domanda non ha senso”.
La dieta umana si è adattata nell’ambiente, nello spazio e nel tempo di centinaia di millenni. I progenitori mangiavano ciò che era disponibile nella quantità in cui riuscivano a procurarselo (raccolta ad ampio spettro): carne e grasso animale (piccoli animali, insetti, lumache), in certi luoghi e periodi e radici, tuberi e frutta in altri. Definire una singola dieta “paleolitica e ancestrale” è impossibile, spiega Ungar.
La “dieta paleolitica”, si basa quasi esclusivamente su carne e pesce, anche le uova ed escludendo cereali e derivati e legumi, anche se i ritrovamenti più antichi di macinazione dei cereali (sorgo) risalgono a 100 mila anni fa. La “paleo” è in opposizione ai Modelli Nutrizionali riconosciuti e a ogni studio scientifico attuale.
Secondo i suoi fans era la dieta degli ominidi primitivi cacciatori-raccoglitori e sarebbe quella adatta al nostro organismo, in contrasto con quella odierna, che conterrebbe troppi alimenti ricchi di carboidrati: questa è la teoria, ma con basi irrealistiche, sostanzialmente sostenuta dagli interessi economici della muscolosa industria zootecnica globale, a scapito di una salute pubblica sempre più debole, di quella del pianeta sempre più fragile e della sostenibilità economica. La dieta carnivora è ancestrale o moderna allora?
L’antropologo Josh Berson, nel libro sulla relazione degli esseri umani con la carne, spiega che la dieta dei nostri lontani progenitori era variabile a seconda del clima, della geografia e della disponibilità dei tempi: se e quando mangiavano carne non la ottenevano costantemente e soprattutto non avevano mezzi per conservarla (senza la catena moderna del freddo): “piuttosto, sono le popolazioni urbane ‘moderne’, in particolare negli Stati Uniti, che mostrano una specializzazione nel consumo di cibi animali e non i raccoglitori spesso presi a modello di una strategia inesistente di sussistenza basata sulla carne “. La carne tre volte al giorno è disponibile oggi non nella dieta dei nostri progenitori.
Quello che i seguaci ipercarnivori sostengono non è la dieta (immaginaria) delle popolazioni primitive ma una estremizzazione che i paesi ricchi hanno seguito negli ultimi decenni. Il ruolo della carne nella nostra evoluzione sociale, quanta ne mangiavano i nostri progenitori e la sua provenienza (cacciare o rovistare tra le carcasse abbandonate dagli animali predatori) è qualcosa di poco definito e ancora argomento di vivace dibattito tra gli studiosi.
Questa estremizzazione delle “diete alla moda” moderne diseduca tutti, con ricadute misurabili e negative sulla salute. Farsi del male può essere una scelta personale lecita, anche tralasciando la spesa sanitaria che viene pagata da tutti, purtuttavia esiste il grave problema della sostenibilità ambientale, che pesa comunque su chi la carne non la mangia neppure.
Tutte le ricerche sull’impatto ambientale delle produzioni alimentari concordano nella direttiva: “diminuisci il consumo di carne e altri ingredienti animali e in modo drastico, se la tua dieta è quella media occidentale (consigliati massimo 70-100 grammi al giorno)”. Tanta carne non è tornare ai bei tempi andati: lo facciamo oggi solo e perché esiste l’industrializzazione degli allevamenti: una parte del mondo ricco utilizza le risorse planetarie, per nutrire gli animali allevati intensivamente.
Affrontare l’impatto ambientale grazie ai “piccoli allevamenti biologici”, conferma che il consumo di carne deve diminuire in modo drastico, non certo aumentare: i piccoli allevamenti non sono in grado di produrre carne quanto quelli intensivi.
Dunque, in questo scenario, le fantasie paleo-dietetiche non sono un modello alimentare di riferimento per la società attuale, ma solo una delle mode fobie sul cibo dei nostri tempi.

Luca Marini Achenza




































































