LA NUOVA VITA DI GIULIO IN UN LIBRO SCRITTO DALLA MADRE ROBERTA

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LA PAURA, IL TRAPIANTO, LA RETE SOCIALE PER IL RAGAZZO. “L’ESERCITO DEI GIUSTI” E LA SPERANZA PER IL FUTURO

Si chiama “L’esercito dei giusti” ed è il libro che Roberta Spaccini ha scritto per il figlio, Giulio Luttazi, oggi 19enne. Una storia carica di significato, dopo che il giovane, circa 3 anni fa, ha subito un trapianto di midollo osseo. Ladispolano ma ex portiere col Cerveteri, ha scoperto tutto nel 2021, dopo uno scontro di gioco. Il ricovero in ospedale e poi la notizia dell’aplasia midollare. Da lì corsa contro il tempo fino al donatore trovato grazie soprattutto all’Admo (Associazione Donatori Midollo Osseo e Cellule Staminali Emopoietiche).

Roberta ha trasferito le sue emozioni nell’opera che sarà presentata sabato 13 dicembre a “Villa Marika”. Introdurrà Marika Paris, presidente del Rotary Club “Ladispoli Alsuym”, dialogherà con l’autrice Francesca Lazzeri con letture di Valentino Spadoni. Roberta, come nasce l’idea di questo libro? «Precisamente il 17 marzo 2022 in una camera un ospedale pediatrico.

Chi lo ha scritto, in realtà, sono tante persone insieme, quelle che, io e mio figlio Giulio, abbiamo conosciuto in 7 mesi di ricovero presso il Bambino Gesù di Roma, e poi durante i Day hospital di controllo». Le paure, le visite, la ricerca di un donatore compatibile. Non è stato facile per voi affrontare tutto vero? «Al momento non ti rendi conto bene di quello che stai vivendo, perché sei completamente dedicata a fare assistenza e a cercare di impegnare tuo figlio a vivere in ospedale, cercando di pensarci il meno possibile.

O come noi che, appena i medici ci hanno detto che Giulio non aveva altra alternativa che il trapianto di midollo, abbiamo iniziato a promuovere con Admo Roma delle giornate per invitare i ragazzi ad iscriversi al registro dei donatori. Poi, quando esci dall’ospedale e ti guardi indietro, capisci veramente che tuo figlio ha rischiato la vita. Che poi i medici ci dicono che Giulio ha rischiato realmente la vita dopo il trapianto di midollo, quando ha preso il Covid che gli ha scatenato altre infezioni e insufficienza renale. Lì la paura è stata tanta».

Per Giulio si è creata una rete e anche i giocatori di calcio sono andati a trovarlo, su tutti Ciro Immobile, ex bomber laziale. I due si sono riabbracciati domenica in occasione di Lazio-Bologna. Quanto è stato importante? «Se Giulio non avesse avuto il sostegno, in primis della famiglia, ma anche degli amici e delle attività in ospedale, come le assistenti ludiche, i professori, medici e infermieri, i volontari e anche il calcio, sotto tutte le forme, che lo ha aiutato a tenerlo vivo, sicuramente non sarebbe stata la stessa cosa.

Avere l’aiuto e il supporto delle persone in questi momenti è fondamentale. Ti permette di andare avanti, di sapere che non sei solo e che c’è gente che ti vuole bene. Come ho scritto nel libro: il supporto della società è stato fondamentale quanto le cure e il trapianto, perché il benessere di una persona non è solo quello fisico, ma anche quello psicologico e l’uno è collegato all’altro».

Un aspetto cruciale quello della fede sportiva reso noto anche da Make-A-Wish: «Giulio ha trascorso 8 mesi in ospedale, ma non si è mai arreso. Ha tenuto sempre accesi i suoi sogni, la sua passione per il calcio l’ha aiutato a distrarsi dalla fatica delle sue terapie dolorose e dall’attesa di un trapianto che l’avrebbe finalmente guarito. Make-A-Wish è stata per lui un’ancora, una certezza. Grazie ai nostri volontari ha potuto esprimere il suo desiderio più grande: quello di incontrare i giocatori della Lazio, la sua squadra del cuore, di assistere ai loro allenamenti e di trascorrere una giornata insieme a loro, come se fosse parte della squadra».

La socialità è fondamentale in questo tipo di situazioni? «La nostra storia si intreccia con tante altre storie, vicende, esperienze, volti, paesi, culture, lingue, religioni, di esseri umani accomunati dal dolore e dalla speranza. Un mondo parallelo, come lo abbiamo definito, che esiste e in cui la gente vive, perché dentro gli ospedali si vive. E lì dentro ci sono le lacrime, i sorrisi, racchiusi in un immenso amore che non esiste nella vita “normale”, quella fuori».

Poi l’appello di Roberta: «Dalla lettura uscirete sicuramente più ricchi, culturalmente e umanamente, questa è l’unica certezza che possiamo assicurarvi. E vi innamorerete della vita come lo sono i guerrieri dell’esercito dei giusti».