LA FIDUCIA TRADITA E IL ROGO DEGLI INNOCENTI

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L’anno vecchio è finito male, con un’ennesima ferita allo Stato di Diritto: con la sentenza n. 199 del 23 dicembre 2025 la Corte Costituzionale ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate dal Tribunale ordinario di Catania in relazione al green pass per lavorare e agli obblighi vaccinali per determinate categorie, invocando l’evidenza scientifica di quel momento storico.

Si tratta di un ragionamento pericoloso chesubordina i diritti intangibili dell’essere umano allo stato dell’arte della scienza. Ma non solo. La realtà è che l’evidenza scientifica già allora affermava che i vaccini non fermavano il contagio e che i vaccinati e non vaccinati contagiavano allo stesso modo. E tutto ciò è agli atti delle audizione parlamentari fin dal 2021.Ed è così che abbiamo chiuso il 2025 con una sentenza da brividi a sostegno della “Grande Menzogna”secondo la quale il green pass sarebbe stato garanzia di trovarsi tra persone non contagiose.

Tuttavia, se l’anno vecchio è finito male con il rogo dei diritti della persona e della fiducia verso le istituzioni, l’anno nuovo è iniziato ancor peggio, con un incendio vero e proprio divampato in un disco bar a Crans Montana inSvizzera causando la morte di 47 persone e oltre cento feriti, quasi tutti ragazzi e tanti adolescenti. Un rogo degli innocenti.Giovanissime vite incenerite, famiglie soffocate dal dolore, un’opinione pubblica traumatizzata da una tragedia che nessuno si sarebbe aspettato, non certo in una località glamour della ricca Svizzera. E tragedia nella tragedia, nel rogo ci è finita anche l’umana pietas, dal momento che in tanti, in troppi, si sono sentiti in diritto di colpevolizzare i genitori per la libertà concessa ai figli, e persino accusare i ragazzi di essere degli incoscienti che non hanno percezione del rischio. Perché mai avrebbero dovuto sentirsi in pericolo? Loro, come i loro genitori, si fidavano di chi invece li ha traditi, di chi aveva il dovere di garantire e controllare la sicurezza del locale. Ed ora l’ultima speranza è che le istituzioni siano almeno in grado di far emergere la verità e fare giustizia.

Di norma cane non mangia cane e  troppo spesso le istituzioni si spalleggiano tra di loro in una interdipendenza tra poteri che solo teoricamente sono separati. Talora però il miracoloavviene e succede che, almeno in parte,  “giustizia sia fatta” anche se in ballo ci sono responsabilità istituzionali. Questo è il caso di una recentissima sentenza della Suprema Corte di Cassazione, che dopo ben quattro anni, dichiara “nullo” il TSO inflitto allo studente di Fano che nel maggio del 2021 si era incatenato al banco per protesta contro ‘obbligo di indossare la mascherina in classe.“[..]la Suprema Corte – hanno detto i legali della famiglia – ha messo nero su bianco alcuni basilari principi di diritto che rendono giustizia ad un ragazzo vittima di incaute valutazioni da parte delle istituzioni interessate. In primo luogo, è stato affermato che la manifestazione di idee anticonvenzionali non rappresenta un segnale patologico che può dar luogo ad un tso [..]”. Secondo la Cassazione “lo strumento del tso è stato applicato in maniera impropria ossia per sanzionare delle condotte che potevano avere, eventualmente, rilevanza disciplinare o penale (ma il ragazzo è stato assolto in ordine al reato di turbativa di pubblico servizio) e non per la cura dell’interessato come previsto dalla legge.

Quanto accadde a Fano in quel disgraziato maggio 2021fuemblematico del tradimento dei giovani operato delle istituzioni durante la pandemia, un caso di violenza gratuità e disumanità come spiega il professor Paolo Pucccetti immuno-farmacologo attivo nella bioetica e nel biodiritto: “È successo in Italia, non altrove. Non in un manuale di storia sulle derive autoritarie, non in un romanzo distopico da liceo, ma dentro una scuola [..]. Un ragazzo rifiuta una mascherina. Non aggredisce, non minaccia, non è pericoloso. Rifiuta. E per questo viene trattato come un corpo da neutralizzare. Il TSO scende in campo non come strumento di cura, ma come manganello semantico: non ti obbedisco → sei un problema → sei una patologia. Fine del ragionamento.

È così che nasce la violenza gratuita: non dall’odio, ma dalla pigrizia morale. Dalla rinuncia a pensare. Dall’idea che, in emergenza, il consenso sia un lusso e la persona un dettaglio. Il TSO, atto estremo pensato per salvare vite quando ogni altra via è fallita, viene usato come scorciatoia educativa, come lezione esemplare, come messaggio al gruppo. Non si cura nessuno, si disciplina qualcuno. Non si protegge la salute, si protegge l’ordine. E l’ordine, quando non regge sulla ragione, si appoggia sulla forza.

Poi arriva il tempo, che è sempre più onesto degli uomini quando smettono di esserlo. Arriva la Cassazione e fa quello che il diritto dovrebbe fare sempre: chiamare le cose col loro nome. Quel TSO è nullo. Non era tutela della salute collettiva. Non era necessità. Non era urgenza clinica. Era violenza. Punto. Violenza resa presentabile dal lessico sanitario, resa digeribile dal clima emergenziale, resa accettabile da un coro di coscienze in modalità silenzioso.

Ed è qui che la storia smette di riguardare una mascherina e comincia a riguardare tutti. Perché quando il dissenso viene medicalizzato, quando il rifiuto diventa sintomo, quando il corpo dell’altro è usato come strumento di conferma del potere, non siamo più nel campo della sanità. Siamo nel territorio scivoloso della disumanizzazione. Quella che non urla, non sporca le mani di sangue, ma firma moduli, compila verbali, invoca “il contesto”. Quella che dice: non è colpa mia, era necessario. La frase preferita di ogni abuso.

La violenza gratuita non ha bisogno di cattivi. Le bastano persone convinte di essere dalla parte giusta. È per questo che è la più pericolosa. Non nasce dall’eccesso, ma dalla normalità. Non si presenta come crudeltà, ma come zelo. E lascia dietro di sé una scia di macerie invisibili: fiducia spezzata, corpi umiliati, confini spostati un po’ più in là, finché nessuno ricorda più dove fossero.[..]
La violenza gratuita è disumana perché non serve a nulla, se non a ricordare chi comanda. E quando accade sotto il pretesto della cura, è ancora peggio: perché profana la cura stessa [..]”.

La sentenza della Cassazione ha ristabilito un confine. Ma non basta, occorre che sia fatta giustizia, occorre che lo studente di Fano sia risarcito adeguatamente per il danno subito, occorre che siano puniti coloro che hanno causato il danno e che non hanno esitato a gettare nel rogo della loro disumanità la dignità di un innocente.

di Miriam Alborghetti