LA FABBRICA DELLE EMERGENZE

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DAL LOCKDOWN SANITARIO A QUELLO ENERGETICO

Dopo quattro anni dalla fine dell’emergenza covid, si torna a parlare di lockdown, smart working e persino di DAD, nonostante i documentati danni che essa ha provocato. Il nuovo pretesto è noto: l’emergenza energetica.

Durante la pandemia molti analisti notarono che si stava affrontando il virus come se fossimo in guerra. Lockdown, coprifuoco, divieto di assembramento, auto giustificazioni per uscire di casa, lasciapassare (green pass) per viaggiare e per lavorare, sono misure che fino ad allora erano state usate in contesti bellici e che per la prima volta vennero spacciate per “sanitarie”. Solo il lockdown era stato sperimentato, con scarsi risultati, durante l’epidemia di Ebola  nel 2014-16 in Africa Occidentale.La stessa comunicazione pandemica era fondata sulla retorica bellica: la guerra al virus, nemico pubblico numero uno,trincea, il bollettino dei deceduti, erano le metafore più ricorrenti.

Gli operatori sanitari erano eroi mentre i sabotatori del lockdown e i no vax, erano traditori. Il virologo Fabrizio Pregliasco, a proposito dei sanitari che non volevano vaccinarsi, disse: Non vaccinarsi vuol dire essere imboscati, come in una guerra. A suo tempo i soldati venivano fucilati sul posto se non andavano alla guerra.

Roberto Dipiazza, sindaco di Trieste dichiarò: Se questa è una guerra, in una guerra c’è chi ha paura, non combatte, viene messo al muro e fucilato. [..] Qui non fuciliamo nessuno, ma il peso di eventuali nuove restrizioni deve gravare esclusivamente su questi disertori, che mettono a rischio la salute di tutti. Nel biennio 2020/22 dunque ci hanno educati a vivere come se fossimo in guerra così da giustificare misure liberticide e al contempo nefaste per i consumi, per i ceti medio bassi, a tutto vantaggio dell’elite finanziaria e dei colossi Big Tech e Big Pharma.

Mentre l’emergenza pandemica volgeva al tramonto, iniziava una nuova fase emergenziale, quella delle guerre infinite, la prima sul fronte ucraino (febbraio 2022) in virtù della quale l’UE ha deciso di non importare più gas russo perché “c’è un aggredito e un aggressore” e noi che siamo “i buoni” stiamo dalla parte dell’aggredito; la seconda in Medio Oriente, in cui l’UE ha deciso di schierarsi con gli aggressori, Usa e Israele. Di conseguenza l’aggredito, l’Iran, ha chiuso lo stretto di Hormuz, da cui passa il 25% del petrolio e del gas.Da qui l’emergenza energetica: il prezzo del carburante sale provocando un innalzamento generalizzato dei prezzi, mentre la comunicazione torna a farsi ansiogena agitando lo spettro dell’inflazione e della deindustrializzazione.

La presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde dichiara che le interruzioni del settore energetico potrebbero durare anni. L’UE consiglia di consumare di meno, tornare allo smart working e usare più mezzi pubblici. I giornali annunciano il governo verso il lockdown energetico a maggio: condizionatori, targhe alterne e smart working  (Open) eci fanno sapere che l’Italia non avrebbe riserve di energia sufficienti, che c’è il rischio che tutto si blocchi. Si parla di razionamenti, illuminazione ridotta e targhe alterne, ma non di accordi con Russia e Iran: sia mai!

La crisi energetica e l’isolamento energetico dell’Europa non sono accidenti caduti dal cielo ma esiti cercati, ora col pretesto dell’emergenza climatica (Agenda 2030), ora con quella bellica, attraverso scelte che non potevano che portare a questo risultato. Nel 2012 l’UE mise sanzioni all’Iran – per poi esacerbarle nel 2023 – vietando importazione dei prodotti petroliferi iraniani. Nel 2022 ha imposto sanzioni via via sempre più pesanti al suo più importante fornitore energetico, la Russia, ostacolando ostinatamente la soluzione diplomatica del conflitto in Ucraina. Ora i leader europei ci stanno dicendo di prepararci ai tempi duri come se i tempi duri non fossero causati dalle loro politiche e dal loro impegno nel partecipare alla fabbricazione di emergenze utili a giustificare l’ingiustificabile: controllo sociale, restrizione delle libertà personali, demolizione controllata dell’economia reale, transizioni forzate, reset economico e tecnocratico avvantaggiando grandi capitali e imprese tecnologiche a scapito delle piccole imprese e della classe media.

“L’impennata dei prezzi del petrolio, insieme alla sua volatilità, è un’arma strategica a tutti gli effetti. Agisce come una pandemia senza virus – un Covid 2.0 – che mette in ginocchio le economie mondiali e, punto cruciale, fornisce una narrazione di copertura ideale a massicci interventi monetari” scrive il professor Fabio Vighi (Cardiff University)*. “Sia chiaro: il conto del “salvataggio” prossimo venturo, come sempre, non verrà presentato ai mercati. Verrà invece pagato dal signor Rossi globale – attraverso l’erosione di salari e risparmi, la svalutazione delle pensioni, e il trasferimento di ricchezza verso l’alto. Il tutto incorniciato dalla retorica del necessario ripristino della stabilità. In questo senso, la crisi energetica che già si profila all’orizzonte – vera, presunta o ingigantita che sia – diventa uno shock macroeconomico paragonabile a quello dell’era pandemica, e le risposte politiche finiranno probabilmente per seguire una traiettoria molto simile”.

Durante l’emergenza sanitaria, prosegue Vighi “l’intervento monetario su larga scala iniziò prima che venissero imposti i lockdown. Nel settembre 2019, la crisi del mercato dei REPO negli Stati Uniti costrinse la Federal Reserve a iniettare nel mercato enormi dosi di liquidità attraverso aste giornaliere.

Quando arrivò la “pandemia”, pochi mesi dopo, l’emergenza fornì la giustificazione politica per espandere drasticamente quelle stesse iniezioni. Non fu dunque il Covid a causare l’intervento della Fed – quell’intervento era pronto da mesi, e il virus lo legittimò. Oggi, lo shock energetico innescato dall’aggressione all’Iran può svolgere un ruolo analogo. Destabilizzando i mercati – azionari e, in primis, obbligazionari – e minacciando una violenta recessione, quell’aggressione crea le condizioni affinché ampie risposte monetarie diventino sia politicamente accettabili che economicamente inevitabili. Come con il Covid, non si tratta di gestire una crisi: si tratta innanzitutto di metterla in moto”.

O forse qualcuno crede che gli USA abbiano aggredito l’Iran in violazione del diritto internazionale senza sapere che l’Iran controlla lo stretto da cui passa il 25% del petrolio mondiale? Ora è stato raggiunto un accordo per una tregua di due settimane: giusto il tempo per far rifiatare l’industria delle armi e prepararsi al proseguimento del conflitto e, quindi, dell’emergenza energetica?

* Fabio Vighi, Lockdown energetico: guerra, petrolio, reset finanziario. La Fionda. Pubblicato su Sinistra in rete

di Miriam Alborghetti