“IL VECCHIO E IL MARE”

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Recensione teatrale a cura di Mara Fux

Nei giorni scorsi sono andata al Teatro Arcobaleno di Roma per vedere Sebastiano Somma in un reading de “Il vecchio e il mare”, con le dubbiose aspettative di chi deve assistere alla lettura di un Pulitzer ritenuto caposaldo della letteratura americana, e si domanda in che maniera possa essere messo in scena dal Commissario Palatucci di Rai2 figlio della Radio Televisione Italiana.

La risposta è arrivata subito, immediata, potente fin dal primo abbassamento delle luci di sala quando, avvolto da un fascio di coperte sino allora inosservato, si è erto da una sedia il vecchio Santiago, che si è alzato lento, affaticato, stanco, stanco proprio come solo i vecchi sanno essere dato il peso del loro vissuto.

E poi è iniziata quella che più che una lettura scenica chiamerei una trasfigurazione del personaggio nell’attore Somma che parola dopo parola ha trascinato il pubblico fendendo coi remi le sorridenti onde oceaniche sotto il sole accecante, valicando l’immensa insidia di un mare pullulante di squali dai denti aguzzi. E tu, in terza fila, eri Santiago che calava l’esca; e lui, in sesta fila, era Santiago che tratteneva la canna; e l’altro in ottava fila, era Santiago che s’inarcava per sferrare con la fiocina l’ultimo colpo, quello della vittoria, quello del “ce l’ho fatta”, quello dell’ “è finita”, quello della speranza in un domani, quello che dà senso conclusivo al tutto il subito.

Lo spettacolo di Somma è stato potente, ogni momento della sua interpretazione è scivolato dentro ciascuno spettatore, inchiodandolo alla poltrona, violando, vuoi o non vuoi, la sua anima. Tutti ne siamo usciti diversi comprendendo o riscoprendo l’universalità del messaggio di Hemingway che né il cinema né altri media hanno saputo diffondere.

La potenza del teatro è riuscita a espletarsi nella totale catarsi di un pubblico attento che nella lotta di Santiago ha ripercorso i momenti più duri della quotidianità dell’esperienza terrena riaffrontando lutti, divorzi, abbandoni, malattie finanche rincontrando ad uno ad uno “gli squali” che giravano attorno coi loro immobili, larghi sorrisi fatti di denti aguzzi , pronti a sbranare.

Fortunato è chi assiste a questo spettacolo che Somma dedica al padre e che da padre interpreta con la figlia Cartisia nel ruolo del giovane Manolin, quasi a rimarcare il passaggio delle esperienze tra padri e figli. Immenso il contributo del violoncello del M° Liberato Santarpino e del violino del M° Riccardo Bonaccini, colonne musicali dell’intera rappresentazione con armonie efficaci a trasportar lo spettatore nel vivo della vicenda.

Essenziale ma di grande impatto la scelta dei pochi elementi scenici: una rete ammassata, una sediaccia di legno, un quadro con la Madonna del Sacro Cuore e una enorme lisca scarnificata di pescespada opera dello scultore emiliano Angelo Accardi, frutto della fusione di metalli e posta sul palco in primo piano, ferma, solida, immobile a rimarcare quanto sia dura, talvolta, l’acquisizione dell’esperienza umana.