Storie di mafie
Questo nome sicuramente vi è noto, si tratta del ex deputato Vito Ciancimino che per decenni è stato ai vertici del potere politico mafioso di Palermo e provincia, tra il 1956 e la fine degli anni ’80, ove sono passate quasi cinquemila licenze di costruzione, azzerando il verde pubblico all’ interno della città, cemento su cemento, senza servizi.
Vito Ciancimino è stato un alleato dei corleonesi e rappresentante di questi per valorizzarne ogni interesse economico e finanziario, in diretto contatto con Totò Riina, in suo possesso – come definito da T. Buscetta – il clima di diffusa intimidazione e generale compiacenza che circondava il suo giro e politico e la gestione del suo patrimonio ne facevano a tutti gli effetti il reale sindaco di Palermo nonostante in carica ci fossero altri.
Le licenze edilizie concesse dall’ ufficio dei lavori pubblici furono migliaia, ma vennero distribuite tra pochi fruitori, ciò ha determinato la consapevolezza da parte dei giudici, in primis Giovanni Falcone, che Vito Ciancimino non era solo un esecutore degli ordini della mafia, ma colludeva con essa, traendone un ingente profitto.
Quando vennero emesse misure di restrizione sulla sua persona, fino alla sua morte, si è vociferato di un vero e proprio tesoro.
Un tesoro di centinaia di milioni di euro per chi vi scrive, certamente superiore a quello rinvenuto e confiscato di circa 60 milioni di euro, le cui tracce sono state rinvenute in Lussemburgo, in Svizzera, in Romania, attraverso varie formule di riciclaggio per cui venivano infine perseguiti anche il figlio Massimo e il dottor Lapis.
Nomi che oggi dicono poco, ma che in realtà sono fondamentali per comprendere la portata dei depistaggi più importanti delle stragi del 1992.
La scrivente suppone che Massimo Ciancimino abbia inventato la storia dell’appello, che poi si è appurata falsa e contraddittoria, proprio per cercare di salvare il tesoro del padre. Con una mossa che ha fatto credere a certi PM che hanno inseguito per decenni l’idea di una Trattativa tra Stato e Mafia, di voler collaborare e rivelare chissà che verità attraverso il falso papello, ovvero, una lista di cose che la Mafia domandava allo Stato in cambio della cessazione di attività cruente contro sedi, forze dell’ordine e rappresentanti istituzionali dei vertici politici e della giustizia.
Massimo Ciancimino di fatto, condannato per calunnia, per riciclaggio, condanne passate entrambe in giudicato e scontate, potrebbe aver orchestrato tutto per salvare il tesoro e godersi la vita con i soldi sporchi del sangue delle vittime di mafia.
Ciò che oggi mi fa ritenere che il tesoro sia superiore, almeno del doppio, a quello confiscato, è il giro di affari che derivava dalle.licenze edilizie, in primis, che si attestava in ben 1 miliardo di euro per la sola città di Palermo.
Ebbene la tangente per i politici – mafiosi era del 10% , facendo cosiritenere che tale tesoro sia almeno di 100 milioni.
Quando ero una giovane promessa delle agende rosse, movimento di Salvatore Borsellino, ebbi l’opportunità di parlare anche con il figlio di Don Vito, in quanto questi, aveva un ottimo rapporto con Salvatore Borsellino, il fratello del Giudice ucciso dalla mafia nella strage di via d’Amelio insieme alla sua scorta.
Tale dialogo, che in realtà era una amicizia, tra i due, Massimo Ciancimino e Salvatore Borsellino, mi ha sempre procurato un intenso “prurito”, così come pure alcuni dei riscontri sul famigerato Papello non mi quadravano, così come non ho mai creduto alla storiella della Trattativa tra Mafia e Stato, poiché so per certo che uno degli uomini più fidati del Giudice Giovanni Falcone, era l’ufficiale dei carabinieri chiamato Giuseppe De Donno.
La trattativa tra stato e mafia è stata, infatti, dopo molti anni, dal mio allontanamento dal movimento delle agende rosse (2017), conclusa con un nulla di fatto.
Ciò che è stato profondamente sbagliato dall’inizio, è stato il fattore personale. Alcuni giudici e PM della Procura di Palermo si denunciarono a vicenda già nei primi anni ’90 con i protagonisti della storia, in particolare, il colonnello Mario Mori e Giuseppe De Donno. Anteporre, antipatie personali, insieme a desiderio di fama e popolarità è stato l’abbaglio preso in questa storia che, poteva e doveva essere invece curata con indagini serie e obiettive, ma questo, nella Palermo dei primi anni ’90 non poteva essere, erano finiti i giudici coraggiosi, era finito tutto – come affermò Antonino Caponnetto, si perché la mafia non la possono sconfiggere i magistrati da soli o un pugno di carabinieri, le cui indagini, vengono fermate e “sputtanate” inviandole addirittura al Ministro (Martelli), la mafia è un fatto culturale e sociale, con profonde radici, infiltrazioni che divengono modi di vita, per generazioni, la mafia è un gigante che ha continuato ad alimentare la sua ricchezza ed il suo potere nonostante tutto, ecco perché il tesoro di Ciancimino è ancora chissà dove, così, come quello di Salvatore Riina e di Matteo Messina Denaro.
Francesca Toto
Il Pungolo
Francesca Toto, il pungolo


































































