IL RESTAURO ARCHEOLOGICO: RIDARE VOCE AL PASSATO

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Il rapporto tra lo scavo archeologico e il restauro dei reperti è oggi un legame assolutamente necessario.

Non si tratta più, come nel passato neanche tanto remoto, di due fasi separate cronologicamente (prima scavo, poi restauro), ma di un processo integrato che inizia nel momento esatto in cui un oggetto viene individuato nel terreno.

Il GATC, presso il Polo Museale di Santa Marinella nel Castello di Santa Severa, organizza da ormai otto anni, un Laboratorio didattico, un vero e proprio Corso di Introduzione al restauro a cura della socia e Restauratrice Tecnica dei Beni Culturali Elisabetta Bianchi con la supervisione del Dr. Flavio Enei, archeologo, direttore dei Polo Museale.

L’attività è finalizzata alla conservazione dei reperti acquisti soprattutto nelle campagne di scavo in corso nella Colonia romana di Castrum Novum e nei fondali antistanti l’insediamento, ma anche nel porto di Pyrgi, nella Necropoli del Laghetto a Cerveteri e nell’area delle Aquae Caeretanae.Il Corso si ripromette di formare un gruppo di volontari soci del Gruppo che affianchi le operazioni di scavo già dalla fase del rinvenimento di oggetti e strutture architettoniche particolarmente fragili, attraverso lo sviluppo di competenze manuali e tecniche capaci di garantire risultati soddisfacenti fin dal momento più traumatico per un reperto: dopo secoli di equilibrio chimico-fisico nel sottosuolo, l’impatto improvviso con luce, ossigeno e variazioni di umidità può causare danni irreparabili.

Da anni Elisabetta Bianchi garantisce ai numerosi partecipanti ai Corsi un programma estremamente produttivo; si sperimentano tutte le esperienze tipiche del lavoro di conservazione e messa in sicurezza dei reperti: dal primo intervento di pulitura, al consolidamento, allo studio delle adesioni e degli attacchi, al fissaggio, lavorando sui materiali più disparati, dalla terracotta al metallo, dal legno al marmo.

Tutti questi passaggi vengono inoltre accuratamente documentati attraverso una schedatura tecnica informativa.

Dalle prime lezioni si impara che i requisiti per la formazione di un buon restauratore, oltre ad una certa dose di pazienza e ad un “occhio” particolare nell’approcciare forme spesso molto frammentarie, comprendono la conoscenza pratica di sostanze utili alla pulizia del reperto e dei collanti da utilizzare in funzione del materiale di cui il reperto stesso è costituito, oltre che la capacità di maneggiare strumenti e attrezzature specifiche.

Una consapevolezza fondamentale acquisita ben presto nel corso delle lezioni riguarda le notevoli differenze tra un modello del passato e uno contemporaneo al restauro: mentre per secoli si è badato soprattutto ad un obiettivo “estetico” che rendesse l’oggetto “bello” anche attraverso integrazioni invisibili e irreversibili, oggi il restauratore tende a fermare il degrado e a colmare sì le lacune del reperto,ma attraverso interventi riconoscibili e reversibili: il principio guida è che un restauro efficace e utile non dovrebbe mai impedire a uno studioso del futuro di analizzare il reperto con tecniche di cui oggi non disponiamo ma che potrebbero anche prevedere un nuovo accesso, uno “smontaggio” dell’oggetto.

In conclusione, uno scavo senza restauro potrebbe compromettere gravemente il patrimonio. Senza il consolidamento e la conservazione, l’informazione storica contenuta nel reperto rischierebbe di svanire, insieme alla sua integrità fisica, per sempre.

 

Claudio Tanari (Gruppo Archeologico del Territorio Crite)