UN’INCHIESTA RIVELA IL MASCHILISMO NEL MONDO DEI MEDIA ITALIANI
Una giungla sessista e discriminatoria connotata damolestie, mobbing e ricatti sessuali nel mondo di giornali e televisioni: è la cruda realtà rivelata da un’ inchiesta giornalistica, Violenze sessuali, molestie e abusi nelle redazioni dei media italiani, condotta da Stefania Prandi, Alessia Bisini, Francesca Candioli, Roberta Cavaglià per IrpiMedia, con il sostegno della Fnsi, Federazione nazionale stampa, dell’Ordine nazionale dei giornalisti, dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte e del Trentino.
L’inchiesta si fonda su cento interviste ad altrettante giornalistevalendosi di un questionario distribuito a livello nazionale e testimonianze in prima persona. Al questionario hanno risposto 132 giornaliste, ma solo una parte ha accettato di farsi intervistare in quanto è troppo doloroso rispondere a domande sulle violenze subite.
Tutte le intervistate hanno testimoniato di avere subito qualche tipo di discriminazione sul lavoro e talora molestie sessuali, violenza sessuale, tentata violenza, molestie verbali, ricatti sessualie, in molti casi, ci sono state conseguenze gravi sul piano della carriera fino alle dimissioni e all’abbandono della professione, ma anche sul piano della salute mentale.E chi sono gli abuser all’interno delle redazioni? Nell’85% delle testimonianze, sono uomini in posizione di comando, editori, direttori, caporedattori, redattori e capiservizio. Come spiegano Patrizia Romito e Mariachiara Feresin nel libro Le molestie sessuali. Riconoscerle, combatterle, prevenirle.
Molestie e sessismo vengono minimizzati e giustificati come “scherzi”, “battute”, “forme di corteggiamento” o “irreprimibili manifestazioni di virilità” invece che essere riconosciuti per quello che sono: attacchi alla dignità e alla libertà femminile. Per partecipare all’inchiesta, le croniste intervistatehanno richiesto l’anonimato e l’assenza di riferimenti ai nomi dei responsabili degli abusi, per timore di ripercussioni.
«Sono stata stuprata dall’editore della redazione per cui lavoravo» ha raccontato una delle intervistate. Mi sono messa in malattia e poi licenziata». Poi ha saputo che altre due donne della stessa redazione sono state stuprate dall’editore; entrambe se ne sono andate senza denunciare. Un’altra giornalista ha raccontato di un caporedattore che «ha sempre utilizzato le molestie nei rapporti con le giornaliste e ha sempre fatto avances alla luce del sole, restando impunito». Un’altra denuncia che il direttore di un media dove i tirocini e gli stage erano tutti svolti da ragazze, «le selezionava in base all’aspetto fisico, faceva battute a sfondo sessuale, metteva le mani sul viso e sulle gambe alle giovani».
Il ricatto sessuale, ossia la richiesta di prestazioni o disponibilità sessuali per ottenere un lavoro, conservarlo o progredire in carriera rappresenta una delle forme più gravi di molestie. Una giornalista racconta di essere stata chiamata della capa per annunciarle che doveva cenare con l’amministratore delegato, in quanto quella era la prassi. Sarebbe stata una cena a due in ufficio. «L’amministratore delegato vuole avere un rapporto molto intimo e diretto con le conduttrici, per cui è possibile che ti venga chiesto anche di andare un pochino più in là». Ha rifiutato e perso il posto.
Un’altra giornalista ad un casting per la conduzione di un programma, le è stato chiesto di mettersi in costume, di girarsi di schiena e piegarsi davanti alla telecamera, mostrando il sedere. Ha rifiutato e le hanno detto che sicuramente non avrebbe passato il casting perché c’erano altre conduttrici molto più disponibili.
Un noto conduttore e giornalista televisivo, durante un colloquio, le ha chiesto di spogliarsi. Di fronte al suo diniego le ha detto che non l’avrebbe considerata per il suo programma perché con le «sue» conduttrici doveva avere «una relazione sufficientemente aperta» e «senza segreti». E poi c’è la testimonianza di Lea ( nome di fantasia) che oggi ricopre un ruolo apicale e che si autodefinisce una mosca bianca al tavolo con soli colleghi maschi di pari livello. Lea racconta che agli inizi della sua carriera ogni volta che c’era il rinnovo del contratto di collaborazione il direttore suggeriva che lei si sedesse sulle sue ginocchia per firmarlo. E aggiunge «C’è una rete di protezione maschile fortissima, le donne soffrono di un gap economico nell’editoria. Ho tante amiche che guadagnano molto meno dei colleghi uomini a parità di ruolo e comunque non vengono considerate a dovere».
La «companionship» maschile è un dato di fatto, dice Chiara Volpato, docente senior di Psicologia sociale all’Università Bicocca di Milano e autrice di Psicosociologia del maschilismo: gli uomini si aiutano tra di loro, facendo avanzare nei posti di lavoro altri uomini. Tra 1993 e il 2023, la percentuale di giornaliste è aumentata dal 34,6% al 42%, sono però quasi completamente assenti nei principali ruoli di comando: su 35 quotidiani italiani, solo due hanno alla guida una direttrice mentre tutti i telegiornali nazionali sono diretti da uomini. Unica eccezione sono le agenzie di stampa, dove le direttrici sono 4 su 10.
Monia Azzalini, ricercatrice, responsabile del Settore media, prospettive di genere, diversità e inclusione dell’Osservatorio sui media dell’università di Pavia, sostiene che nel giornalismo le donne sono colpite da una forma di «segregazione verticale», cioè la sovrarappresentazione maschile nei livelli gerarchici apicali e quella femminile nelle posizioni subalterne che ostacola l’avanzamento di carriera delle donne.
Il fenomeno delle molestie e delle discriminazioni di genere nelle redazioni era stato già oggetto di un sondaggio condotto dalla Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) nel 2019 in collaborazione con la statistica Linda Laura Sabbadini: l’85% delle 1.132 giornaliste che parteciparono all’indagine aveva dichiarato di avere subito molestie almeno una volta nel corso della vita professionale. Nel 2024 invece era stata condotta una indagine, Voi con queste gonnelline mi provocate, sulle molestie e gli abusi di potere nelle scuole di giornalismo riconosciute dall’ Ordine. Risale al 2015 il libro Toglimi le mani di dosso con cui una giornalista, con lo pseudonimo Olga Riccimise a nudo le dinamiche di potere maschile dentro una redazione attraverso ricatti sessuali e mobbing.
Passano gli anni ma la mentalità sessista e abusante resiste.
Fonte: Violenze sessuali, molestie e abusi nelle redazioni dei media italiani – IrpiMedia
di Miriam Alborghetti
































































