Il parco del Castello Odescalchi di Palo

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La storia di Palo spiega l’aspetto attuale dell’ area.

Poi il signore Iddio pianto’ un giardino in Eden e quindi fece germogliare dal suolo ogni specie di alberi piacevoli d’ aspetto” 
La parola “paradiso” deriva dall’ antico persiano “pairidaeza” che significava giardino, parco entro le mura.E non è certamente per caso che il regista Huston scelse, per ambientare il paradiso terrestre nel suo film “La Bibbia”, proprio il parco che circonda il castello Odescalchi di Palo.
La storia di Palo spiega l’ aspetto attuale dell’ area.
Fin dai tempi antichi il promontorio ove sorge il castello fu sede di prospere attività umane: le grandi e potenti lucumonie etrusche di Cere e Cerveteri vi avevano costruito il porto di Alsium i cui ruderi si vedono ancora oggi.
In epoca imperiale poi vi sorse una grande villa posta tra la via Aurelia ed il mare.
Così la vide ancora Rutilio Namaziano quando, partendo da Roma nel V secolo, vi passò davanti in nave, visto che la viabilità interna era stata devastata dai Goti.
Nell’ Alto Medioevo tutta la zona venne abbandonata.
Anche qui, come un po’ lungo tutto il litorale, la selva e la palude ripresero il sopravvento.
Non a caso molti toponomi costieri a settentrionale della foce del Tevere riportano il termine romano “Palus” (palude) corrotto in “palocco”, “palidoro” e, appunto, “Palo”.
L’ impervieta’ delle macchie e degli acquitrini doveva essere tale che la consolare Aurelia, giunta all’ altezza di Palo, piegava a gomito in direzione dell’ entroterra, dirigendosi verso i rilievi della Tolfa.
Per secoli e secoli, di questo selvaggio luogo, regno di lupi e di cervi, non si parlo più.
Solo nel 1330 l’ area ed il castello compaiono in documenti notarili in cui si fa cenno agli Orsini, forse costruttori del castello.
Tutta l’ area rimase legata a questa famiglia fino al 1639 quando il feudo fu venduto dai fratelli Flavio e Lelio Orsini a Livio Odescalchi per 120.000 scudi.
Quest’ ultima famiglia ne è proprietaria fino ai giorni giorni seppur con varie vicende come la cessione temporanea e pare inspiegabile a Papa Leone X, della famiglia dei Medici di Firenze.
Questo irruento pontefice fu il più accanito cacciatore che la storia del papato contempli, esso fu coinvolto infatti in avventure venatorie di vario genere tra cui una personale quanto crudele invenzione.
Con l’ aiuto di battitori e cani si spingevano cervi, daini e caprioli a gettarsi terrorizzati in mare.
Qui, imbarcati su agili lance, li attendevano gli augusti cacciatori che con spiedi e picche li finivano.
Orrore quasi a lieto…fine.
In una di queste cacce Papa Leone X da cacciatore fu ad passo dall’ essere ucciso: mentre inseguiva dei cervi fu ad passo dal cadere nelle mani dei pirati turchi che con diciotto fuste erano scesi a terra ed avevano teso un agguato.
La fortuna (o sfortuna fate voi) aiutò il pontefice a salvarsi in qualche modo..
Passano sostanzialmente i secoli ma il parco ed il castello rimangono tra le bellezze incomparabili del nostro territorio.
Fauna e flora delimitano la zona con specie anche particolari.
Estinti i daini ed i cervi, in declino i caprioli, sopravvivono orgogliosi tassi, martore, istrici e tra i rettili il nostro orgoglio nazionale, la Emys orbicularis oltre alla Testudo hermanni mentre tra gli uccelli marini in particolare possiamo vedere eccezionalmente Strolaghe, Morette, Codone, Smerghi e con un po’ di fortuna la rara Gazza marina, tipica dei climi nordici.
In primavera fanno capolino i Narcisi e altri mille fiori oltre alle orchidee selvatiche, retaggio della passione del principe Ladislao.
Al di là della proprietà un triangolo di pochi ettari ai limiti orientali del parco è conservata una reliquia dell’ antica selva planiziara costiera: cerri avvolti da festoni di edera, madreselva e stracciabraghe nascondono un sottobosco fitto ed impenetrabile.
Qui nessuno può entrare.
Questo è il Sancta Sanctorum in cui si rifugia il dio verde della foresta tirrenica.
Roberto Marini