Il multilateralismo come contrasto alla forza

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All’alba della civiltà moderna, allorché l’ordinamento medioevale principiò a dissolversi, la filosofia giuridica e politica europea si trovò al cospetto di una problematica tanto inconsueta, che tragica, ovverosia quella di impedire che, sgretolatisi i vincoli di matrice religiosa e feudale i quali, per secoli, avevano disciplinato la convivenza, la società scivolasse nella confusione.

Hobbes, osservatore delle guerre civili inglesi, accostò la problematica in termini radicali, nel senso che l’individuo, abbandonato a se stesso, può precipitare in una situazione di “bellum omnium contra omnes”. Siffatto stato di natura sarebbe sfociato in una condizione miserrima, nella quale l’esistenza sarebbe stata “solitaria, povera, cattiva, brutale e breve”.

L’indicazione hobbesiana fu così semplice, quanto radicale: al fine di uscire dallo “stato di natura”, gli uomini debbono stipulare un pactum, rinunziando a parte della loro libertà, in cambio di protezione. Il quale pactum può essere garantito non da un potere frammentato, bensì unicamente da una autorità sovrana, indivisibile ed assoluta: lo Stato-Leviatano, garante dell’ordine. Soltanto concentrando il potere, si poteva neutralizzare la violenza diffusa ed assicurare la pax civile.

Tale concezione segnò il sorgere dello Stato moderno. Però, in prosieguo di tempo, si capì che il rimedio non era scevro di conseguenze collaterali: la concentrazione di potere ha dischiuso la strada all’arbitrio, all’oppressione e, persino, alla tirannide.

Per questo, durante la modernità, il pensiero politico e giuridico si è gradatamente spostato nella direzione della separazione dei poteri, della salvaguardia dei diritti soggettivi, oltre che delle forme rappresentative di democrazia liberale.

In questa luce, l’esperienza moderna può essere interpretata come una lunga ricerca di equilibri fra il bisogno di unità ed il valore di libertà.

Attualmente, a seguito di anni di globalizzazione liberale, si è addivenuti ad una condizione la quale rievoca sì quella di Hobbes, ma incastonata in una dimensione planetaria. Le catene del valore sono globali, le notizie si divulgano in tempo reale e le crisi ecologiche e sanitarie trascendono le sovranità nazionali. Però, contrariamente al sec. XVII, non esiste, né potrebbe oggettivamente esistere, uno Stato planetario, atto ad imporre ordine e norme comuni.

Il pericolo è, pertanto, quello di ritrovarci in una nuova forma di “bellum omnium contra omnes”, sul piano internazionale: guerre armate, competizioni tecniche e commerciali eccessive, corsa alle risorse, conflitti ibridi, sabotaggi informatici, polarizzazione politico-ideologica. L’alternativa realisticamente seria a questa deriva è un multilateralismo cooperativo, idoneo ad edificare norme comuni, mediante il consenso e non la coazione.

In primis et ante omnia, occorre procedere alla riduzione delle tensioni aperte, anche se la vera partita si gioca nell’avviare quel percorso che conduca alla riforma delle istituzioni internazionali. Anzi, potrebbe essere proprio questo il campo politico e giuridico nel quale l’Unione Europea potrebbe riacquisire un ruolo ed una autorevolezza. Riformare l’ONU vuol dire non solamente espandere il Consiglio di Sicurezza o rivedere il diritto di veto, ma anche, e tanto più, passare da una logica meramente interstatale ad una realmente globale che comprenda attori transnazionali, società civile e comunità scientifica, con lo scopo di munire le istituzioni di mezzi onde fronteggiare le sfide odierne: ambiente, diseguaglianze globali, regolamentazione delle tecnologie emergenti, sicurezza alimentare, salute pubblica.

La storia incombe, e non senza violenza. Analogamente ai tempi di Hobbes, siamo posti innanzi ad un bivio: o si trova una nuova forma di definizione pacifica dei conflitti oppure, se il diritto internazionale viene demolito, allora l’unico diritto efficace è quello della forza.

L’interrogativo nasce spontaneo: si riuscirà ad aprire la porta della storia che incombe? Non è sufficiente invocare il multilateralismo a mo’ di effusivo propagandismo: è indispensabile la volontà giuspolitica di realizzarlo. Ciò implica la disponibilità ad operare rinunzie e compromessi per gettare le basi delle condizioni di un nuovo avvenire. Così come i soggetti hobbesiani dovettero rinunziare ad una parte della loro libertà in vista di uscire dallo stato di natura, allo stesso modo, oggi, gli Stati debbono accettare di cedere una parte della loro sovranità, sì da affrontare questioni che nessuno può risolvere da solo.

E’ un atto di consapevole realismo politico e giuridico e non di utopistico idealismo: cioè comprendere che nell’età dell’interdipendenza completa, la sicurezza di ciascuno è strettamente connessa a quella di tutti. Semmai vi fosse, il Leviatano del sec. XXI sarebbe un sovrano assoluto. L’alternativa è rappresentata da una rete di istituzioni e di accordi che, qualora sia ben formulata, allora potrà assicurare quella pax imperfetta sì, ma preziosa che costituisce il presupposto minimo per ogni forma di vita civile, al lume dei fondamentali principi della non violenza, della giustizia, del dialogo, della solidarietà, della responsabilità morale e della dignità della persona umana, come punto di riferimento primario della comunità internazionale.

La posta in gioco è data, così oggi, come allora, dalla sopravvivenza stessa del sistema giuridico-politico; però, adesso il contesto è quello non di una nazione, né di un continente, ma del mondo nella sua interezza.

di Antonio Calicchio