IL GOVERNO MELONI SPEDITO SULLA TECNOGABBIA

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governo Meloni

INTELLIGENZA ARTIFICIALE A SCUOLA, IDENTIFICAZIONE BIOMETRICA E RICONOSCIMENTO FACCIALE A POSTERIORI.

di Miriam Alborghetti

La costruzione della tecnogabbia, pezzo dopo pezzo, in pochi anni sta arrivando al suo
completamento. Nel mirino c’è la vita intera, con particolare attenzione alla formazione dei
nativi digitali e alla sorveglianza di massa. Ed è così che il 10 giugno 2026 il Consiglio dei
Ministri ha approvato due decreti legislativi per l’adeguamento alle normative europee in materia di Intelligenza Artificiale al fine di regolamentare l’utilizzo dell’IA in quasi ogni aspetto della vita civile: scuola, università, sanità, lavoro, giustizia, sicurezza. Ora il testo è passato al vaglio del Parlamento, della Conferenza delle Regioni e delle Autorità di garanzia.

Per quanto riguarda le operazioni di pubblica sicurezza, quello che fino a qualche tempo fa
veniva liquidato come fantascienza diventa realtà: identificazione biometrica remota in tempo reale e riconoscimento facciale a posteriori (a posteriori per ora. E poi?). L’identificazione biometrica può avvenire nei luoghi pubblici o aperti al pubblico, mentre il riconoscimento facciale verificherà mediante analisi di immagini dopo che un reato è stato commesso. Il Ministro dell’interno Matteo Piantedosi assicura che l’intelligenza artificiale andrà solo ad aiutare il poliziotto, che le decisioni resteranno umane, non ci sarà nessun grande Fratello generalizzato e sarà vietato l’utilizzo di grandi banche dati biometriche. È prevista “una duplice modalità di utilizzo” dell’IA per la sicurezza.

“La prima è ex ante la commissione di reati: ovvero in caso di pericolo e minaccia legati a condizioni come terrorismo o per la ricerca di persone scomparse o vittime di tratta”. In questi casi “serve richiesta del questore e autorizzazione dell’autorità giudiziaria. Sono previsti meccanismi di valutazione di impatto sui diritti fondamentali e meccanismi di notifica al garante della privacy. C’è poi un utilizzo ex post rispetto al reato. Anche qui sono previste garanzie”, ha sottolineato Piantedosi.

“L’uso dell’Ia da parte della polizia fa riferimento soprattutto ad attività di videosorveglianza, di riconoscimento facciale e di utilizzo di dati biometrici per finalità legate all’accertamento dell’identità successivo allacommissione di reati”. E ancora: “i dati biometrici vengono conservati solo per 7 giorni e poi cancellati automaticamente, mentre i log delle operazioni sono conservati per 5 anni, al fine di evitare eventuali abusi.

È vietato prendere decisioni su una persona basandosi esclusivamente sul risultato del riconoscimento facciale ed è vietata qualsiasi forma di identificazione biometrica generalizzata e non mirata, non collegata a un procedimento penale”. Insomma la versione ufficiale è volta a rassicurare. Di fatto il riconoscimento facciale entra nelle procedure come pure l’identificazione biometrica. Mentre il governo dichiara che non si tratterà di un Grande Fratello, l’effetto di queste misure è quello di abituarci all’idea dello spazio pubblico sorvegliato da sistemi biometrici e della trasformazione del cittadino a dato preventivo, prima ancora che succeda qualcosa.

E cosa è tutto questo se non una porta spalancata alla sorveglianza di massa? Ma il pezzo forte partorito dal CdM riguarda l’ingresso definitivo dell’IA nelle università e nelle scuole – insieme con gli assistenti virtuali – come contenuto da conoscere e come strumento della didattica, con un finanziamento complessivo di 200 milioni. Che questo fosse l’obiettivo del Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, non è un mistero: già da due anni è in corso un progetto in scuole di diverse regioni per sperimentare l’assistente virtuale dell’IA e, ad agosto 2025, erano uscite le Linee guida per l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle Istituzioni scolastiche.

Il capitolo più rilevante riguarda la formazione dei docenti ai quali sono destinati i 100 milioni di euro per la formazione nella didattica e per la promozione dell’IA nelle pratiche di insegnamento ordinarie. Altri 100 milioni di euro sono stati previsti per il personale docente sui temi dell’educazione e la prevenzione dei rischi connessi con l’IA e tutti i risvolti etici. L’obiettivo è una trasformazione strutturale della formazione scolastica.

Le voci critiche rispetto all’invasione dell’IA nella didattica non mancano. Secondo il professore Enrico Nardelli dell’università di Roma “Tor Vergata”, direttore del Laboratorio Nazionale “Informatica e Scuola” del CINI e già presidente di Informatics Europe “Consentire ai nostri figli l’uso di questi strumenti prima del loro completo sviluppo vuol dire menomare le loro possibilità di crescita sul piano cognitivo”.

E ancora: “[…] La tecnologia è uno strumento per esperti che vogliono alleggerire il proprio lavoro, ha ricordato Horvath, non è il modo con cui i novizi imparano a diventare esperti. Un calcolatore è uno strumento straordinario per chi conosce già la statistica; gli permette di esternalizzare la fatica per concentrarsi sulla strategia. Ma se si dà lo stesso calcolatore a un ragazzo che non ha ancora interiorizzato il senso dei vari metodi, non lo si sta aiutando: gli si impedisce di costruire le sinapsi necessarie per capire la statistica”.

Nel blog La nostra scuola, organo di diffusione dell’Associazione Agorà 33, curato da un gruppo di insegnanti, intellettuali ed esperti dell’età evolutiva, tra cui il professor Luca Malgioglio, leggiamo*: “Le principali aziende della cosiddetta intelligenza artificiale proprietaria (Google, Microsoft…) perseguono finalità completamente diverse rispetto a quelle della scuola; per questo i loro prodotti non possono diventare strumento dell’attività didattica, almeno fino a quando non se ne sarà compreso appieno l’effetto sugli apprendimenti e sulla personalità degli studenti.

Al tempo stesso, vista la diffusione di questi software, specie nelle discipline tecniche se ne possono e se ne devono studiare criticamente il funzionamento, i meccanismi utilizzati, i problemi, gli effetti di falsa conoscenza (o “epistemia”) che possono creare. In sintesi, a scuola si può e si deve studiare l’intelligenza artificiale ma non si può studiare CON un’intelligenza artificiale creata a scopi commerciali, un simulatore linguistico (o Large Language Model) che fornisce delle risposte standardizzate su base probabilistica e non comprende, non entra in relazione, non pensa, non insegna”.