Molto spesso durante il percorso terapeutico propongo alle persone di fare insieme il loro genogramma.
Il genogramma è “l’albero genealogico psicologico” trigenerazionale.
La proposta avviene per vari motivazioni: una può essere perché la persona presenta delle difficoltà a parlare di sé e, quindi, proponendo il genogramma si aggirano le resistenze perché si parlano di altre persone raccontando, comunque, un po’ di sé stessi. Un secondo motivo è per capire quali erano i rapporti nelle generazioni precedenti: se ci sono stati, per esempio, conflitti, interruzioni improvvisi di rapporti, ecc. Un altro motivo può essere il sospetto che in una delle famiglie di origine ci sia un “segreto di famiglia”: spesso succede quando non si parla di una persona (uno zio o un bambino) oppure quando la persona idealizza i propri famigliari.
Oppure si propone il genogramma per osservare, avere una fotografia istantanea delle relazioni famigliari. Il genogrammaè uno “schema” che alla fine racconta la storia della persona attraverso le due generazioni precedenti, partendo dai nonni materni e paterni per arrivare alla persona stessa, la terza generazione.
In un libro che lessi molto tempo fa, mi aveva colpito questa frase: “servono tre generazioni per fare un tossicodipendente”. In un’ottica di terapia famigliare, la terza generazione si porta l’eredità psicologica delle generazioni precedenti. Per eredità psicologiche intendo lo zaino pieno di eventi positivi e negativi, detti e non detti che hanno caratterizzato le due generazioni precedenti e che fanno parte della storia della persona.
La psicologia moderna osserva l’individuo all’interno di una realtà estesa sia famigliare che sociale; questo porta ad analizzare il disturbo della persona come derivato da molti fattori.
Il genogramma può essere l’occasione per (ri)parlare in famiglia di persone o eventi di cui, magari, si è sempre avuto difficoltà a parlare; oppure è l’occasione per colmare quei “non so/non ricordo bene” che emergono durante il racconto della storia. Se ci sono dei “buchi” nel genogramma, è come se alla fine il puzzle mancasse di alcune tessere; è importante tenerne conto.
È importante come vengono raccontati gli eventi: per esempio se una persona non ha mai conosciuto un nonno si chiede cosa è stato raccontato di quel nonno oppure, se non ricorda o non è stato detto nulla, che impressioni personali ha avuto quando ha visto, per esempio, la sua foto. Alle volte, durante la costruzione del genogramma emergono delle contraddizioni sulla stessa persona: per esempio una signora mi racconta che il nonno era una persona buona, gentile ma era un “hitler” e questo l’ha sottolineato sia con il non verbale sia con l’espressione fisica e lo sguardo. Oppure possono emergere le radici di una mentalità o comportamento: per esempio una persona che porta disfunzioni nella sfera sessuale, con il genogramma emerge che la nonna ha subito degli abusi e che ha tramandato alla madre e alla nipote una considerazione tabù del sesso e della sessualità.
Sì perché, purtroppo, i traumi famigliari vengono tramandati nelle generazioni. Per esempio una signora mi racconta la difficoltà di raccontare una bella notizia: si è capito che ha “ereditato” l’idea e la convinzione che le belle notizie sono sempre seguite da tragedie.
Il genogramma è terapeutico perché intanto fa parlare di sé con l’idea che non si parli di sé; secondo perché alla fine del genogramma si riescono a capire le possibili “origini” dei propri disturbi o della ripetizioni di certi schemi comportamentali; inoltre, può essere l’occasione di riallacciare rapporti. È come se si modificasse un equilibrio, si tagliasse il cordone ombelicale e si riuscisse ad evolvere in modo autonomo trovando delle alternative di vita.

Psicologa – Psicoterapeuta
Maria Rita Masin
Dottoressa
Anna Maria Rita Masin
Psicologa – Psicoterapeuta
Psicologa Giuridico-Forense
Cell. 338/3440405
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Cerveteri
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