In questo afoso luglio mi è venuta l’idea di pensare alla nostra vita in generale. Molti di noi lavorano, chiusi in una stanza; molti studiano, chiusi in una stanza. Molti di noi lavorano o studiano da soli. Molti abitano in città e non hanno la possibilità di avere un giardino. Siamo abituati a trovare le arance in estate e molti altri alimenti fuori stagione.
Abbiamo pochissime possibilità di stare al contatto con la natura e in quel poco tempo cerchiamo spesso di non sporcarci. Molti dei nostri nonni, invece, vivevano in campagna, a contatto con le stagioni, gli animali, a contatto con la terra, l’acqua, il fuoco e l’aria. Si sporcavano e spesso facevano un lavoro in cui serviva molta forza.
Chi è della mia generazione ricorda bene che si poteva giocare con gli amichetti nelle stradine vicino a casa e che venivamo controllati dai tutti i nostri genitori, a turno. Non avevamo bisogno di andare in palestra perché giocavamo, correvamo, sudavamo, ci sporcavamo e ci sbucciavamo le ginocchia (senza, però, farlo sapere ai nostri genitori).
Facevamo le gare con le biciclette e le corse…ci davamo le nostre regole, litigavamo ma i cercavamo sempre. Alle volte ci annoiavamo. Se capitava, facevamo i compiti e andavamo a scuola insieme, senza essere accompagnati dai nostri genitori. Ora è difficile trovare questa realtà. Sempre più spesso i bambini, anche in tenera età, vengono intrattenuti dal cellulare con gli enormi danni che il piccolo schermo dà al sistema nervoso centrale che si sta perfezionando e sta crescendo. Il cellulare impedisce ai bambini di fare esperienze: qualsiasi esperienza, anche quella di aspettare.
In questo periodo storico molte delle difficoltà riguarda l’attesa. Il contadino sa aspettare il periodo giusto per coltivare: il caldo le piogge, la luna, ecc. Ora l’attesa è un problema. Siamo in un tempo storico checi insegna che l’attesa equivale a far nascere e crescere l’ansia. Siamo in un momento storico in cui siamo sempre più scollegati dal tempo, dall’attesa, dai ritmi naturali. Uno dei pochi ritmi naturali che sono rimasti, è il ciclo mestruale e un dei pochi tempi d’attesa che è rimasto intatto è la gravidanza.
Ricordo che quando studiavo all’università ho letto uno studio in cui si evidenziava che i bambini pensavano che i polli nascessero al supermercato. L’esperienza che un bambino può avere ricontattando la natura è riprendere contatto con i ritmi, l’attesa, aspettare che forse succederà qualcosa, non che sicuramente succederà qualcosa. Anche l’adulto può iniziare a riprendere contatto con la natura, facendo passeggiate nel bosco, in riva al mare ascoltando il ritmo delle onde sia quando sono calme, sia quando il mare è agitato. Fare delle passeggiate nei boschi e vedere la perfezione della natura e ascoltando ciò che la natura ci racconta.
E, soprattutto, ascoltare ciò che il nostro corpo ci comunica sia a livello fisico che emotivo. In questo periodo storico, la tendenza è il distacco dalla nostra natura, dalla nostra storia e dalla nostra parte emotiva. Anche ascoltare che un temporale può suscitare in noi l’emozione della paura, è un riprendere un po’ il contatto con noi e con la natura stessa. La natura è talvolta paurosa e pericolosa ma ci regala anche delle grandi sorprese e delle grandi gioie e stupori. Pensiamo ad un tramonto al mare o in montagna: qual è l’emozione che ci suscita? Oppure il fastidio di camminare a piedi nudi sui ciotoli di un ruscello. Anche questa è un’emozione. Ed è una parte di noi. Noi facciamo parte della natura.

Psicologa – Psicoterapeuta
Dottoressa
Anna Maria Rita Masin
Psicologa – Psicoterapeuta
Psicologa Giuridico-Forense
Cell. 338/3440405
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Cerveteri
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