Il chitarrista Renato Caruso: “c’è bisogno di musica vera”

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Ideatore di un proprio genere musicale, il fujabocla, mash-up tra funk, jazz, bossa nova e musica classica

Un artista eclettico che, chitarra alla mano, riesce ad innovare creando addirittura un proprio genere musicale, il fujabocla. La musica di Renato Caruso è senza tempo intrisa di mediterraneità dovuta alle origini crotonesi. Un personaggio che irrompe sulla scena musicale forte anche delle grandi conoscenze di informatica applicata alle sette note. Il suo ultimo disco “Pitagora pensaci tu” racchiude undici composizioni inedite e due cover, tra le quali “Quando” di Pino Daniele, brani con i quali attraverso la sua chitarra, esprime il suo universo musicale, sperimentando con versatilità ed ecletticità nuovi orizzonti artistici. L’Ortica del Venerdì lo ha intervistato.

Pat Metheny, Al Di Meola, Paco de Lucia, Eric Clapton, Pino Daniele e Renato Caruso. Ascoltando la tua musica si capisce che sei di quella schiera, che la chitarra per te non ha segreti. Per chi scrivi quando scrivi? A che pubblico ti rivolgi?

Mi rivolgo ad un pubblico che ha un’anima e penso tutti abbiamo questa natura. Non faccio differenza di pubblico e neanche di età, la musica per me è espressione di un alto interiore senza età né categorie. Poi ad ognuno arriva il proprio suono, la propria interpretazione, e forse questo è il bello della musica: il suo mistero più nascosto.

“Pitagora pensaci tu”, un omaggio a Crotone dove sei nato ma anche agli studi che il grande filosofo, tuo concittadino, fece in fatto di musica. Quali in particolare?

Potrei citarne diversi come ad esempio fu il primo teorico: scoprì la differenza tra nota e l’altra e cioè il numero di oscillazioni al secondo che un corpo compie che in gergo si chiamava frequenza. Hertz poi la definì tale dal suo cognome ma lavorando nel campo elettromagnetico. Poi capì la differenza tra gli intervalli, una seconda, una terza, una quarta e così via. Capì cosa era la consonanza cioè quando due o più note stanno insieme tra di loro ma anche la dissonanza, l’esatto opposto. La scala pitagorica ovvero la prima scala musicale, pensando però ad un modello matematico non fisico/naturale come poi fece Galileo e altri. L’ottava musicale, ecc. ecc.

Sei stato definito l’inventore di un nuovo genere musicale, il “Fujabocla”, che mescola vari stili musicali tra cui il funk, il jazz, la bossa nova e la musica classica. Come tradurresti in parole questo medley di sonorità?

Mash-up.

Hai più volte dichiarato che Pino Daniele è il tuo idolo. Hai anche interpretato nel tuo ultimo disco in maniera mirabile “Quando”. Se lo potessi incontrare cosa gli diresti?

Non gli direi nulla… gli parlerei con la chitarra, capirebbe subito che sono suo “figlio”.

All’attività di chitarrista unisci quella di docente di informatica. Sei esperto inoltre di informatica musicale. Di cosa si tratta?

L’informatica musicale è un campo abbastanza ampio che prende parti della scienza dell’informazione e parti della musica. Li mette insieme, informatica e musica, e crea la magia. A parte scherzi, è un campo abbastanza ampio che se ne potrebbe parlare un giorno intero, faccio qualche esempio. Gli algoritmi musicali, cioè quei programmini che creano dei contenuti in base alla richiesta dell’utente. Il linguaggio MIDI, cioè il protocollo di comunicazione tra la musica e l’elettronica. Come sono nati gli MP3, l’algoritmo che ci sta dietro. Il modello psicoacustico, sintetizzatori, software musicali, ecc.. Il riconoscimento vocale come Siri ecc. tutto quello che riguarda il digitale applicato alla musica.

Stai sperimentando in questi ultimi mesi, come altri artisti del resto, la pratica dei concerti a domicilio. Con quali risultati?

Molto soddisfacenti, il pubblico è “sconcertato” perché non se lo aspetta ma poi ci prendono gusto e ascoltano, applaudono, fanno richieste. E’ una cosa che funziona perché le persone hanno bisogno di musica vera, non sempre playlist, algoritmi, video ecc.. C’è bisogno di un contatto…e penso fra qualche mese ritorneremo a suonare come ai vecchi tempi.

Graziarosa Villani