I casi geopolitici del nostro tempo, dal Venezuela a Taiwannon nascono nel caos, ma dal lento indebolimento dell’egemonia americana e dalnuovo ordine che preme per emergere. Le guerre sono le crepe attraverso cui si intravede un sistema internazionale che cambia forma.
Di Francesco Sarcinella
«Ci sono decenni in cui non accade nulla e settimane in cui accadono decenni»: la celebre frase di Lenin descrive con poche parole la nuova era che sta sorgendo. I casi di Venezuela, Groenlandia e Taiwan sono dunque eventi geopolitici che non devono essere analizzati isolatamente ma posti in una cornice più ampia: il cambio della struttura internazionale.
Negli ultimi decenni abbiamo sperimentato qualcosa di unico, forse irripetibile: un sistema di stati basato sul diritto internazionale. Un modello ideale in cui le organizzazioni internazionali garantiscono sicurezza agli stati e mediano le loro relazioni per il bene comune con delle leggi uguali per tutti.
Oggi invece ci viene ricordato che viviamo in un’era di rivalità tra grandi potenze. Che l’ordine basato sulle regole sta svanendo. Che i forti fanno ciò che possono, e i deboli subiscono ciò che devono.
Questo mondo era dunque realtà o fantasia? Il primato del diritto era effettivo o solo un’illusione, come un sogno magnifico da cui ci saremmo prima o poi dovuti svegliare?
Al forum di Davos, il presidente canadese Mark Carney lo ha espresso con notevole chiarezza: “Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era parzialmente falsa, che i più forti si sarebbero esentati quando conveniente. Che le regole del commercio venivano applicate in modo asimmetrico. E che il diritto internazionale si applicava con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima. Questa finzione era utile, e l’egemonia americana, in particolare, contribuiva a fornire beni pubblici: rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e supporto a quadri per la risoluzione delle controversie. Questo patto non funziona più.”
Le carte sono state scoperte, il gioco è finito.
Il sistema internazionale di cui stiamo discutendo ha avuto due grandi protagonisti che definivano la propria identità nella rivalità con l’altro: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. La competizione fra queste due superpotenze, che ha segnato l’intera seconda metà del Novecento, si concluse con la disfatta dell’URSS e l’affermazione di un nuovo ordine mondiale a guida statunitense.
Fu un evento talmente sorprendente che Francis Fukuyama pubblicò il celebre saggio “La fine della storia e l’ultimo uomo”, sostenendo che il crollo dell’URSS dimostrava come capitalismo e democrazia liberale costituissero l’approdo finale dell’evoluzione politico‑ideologica dell’umanità.
Il potere statunitense – e il suo possibile declino – è stato discusso da numerosi studiosi.Tra questi vi propongo l’analisi del sociologo Giovanni Arrighi che con le sue teorie ha mostrato come la finanziarizzazione dell’economia sia il primo segnale della fase discendente di un’egemonia e preluda all’emergere di una nuova leadership globale. Tale nuova centralità, secondo Arrighi, tende a svilupparsi nei luoghi in cui si concentra l’espansione economica più dinamica: oggi, in particolare, l’Asia orientale.
È in questo contesto che entra in scena la Cina, la cui prorompente crescita economica e politica scomoda il dominio Usa.
Lo scontro tra una potenza affermata e una in ascesa non sarebbe uno scenario originale, anzi, secondo lo storico greco Tucidide il confronto fra questi attori è spesso ineluttabile, come successe nella guerra del Peloponneso fra Atene e Sparta.
Gli scenari geopolitici recenti devono essere letti sotto quest’ottica: una potenza egemone come gli Stati Uniti non riconosce il carattere irreversibile del suo declino e vuole riaffermarsi, dimostrando con la coercizione di essere ancora padrona del sistema.
Se la violenza è l’ultima risorsa della classe dominante che ha perduto il consenso, ciò significa che, Quando Washington privilegia dazi, sanzioni e interventi rispetto alla diplomazia, rivela di non poter più fare pieno affidamento su quel sistema internazionale che essa stessa aveva contribuito a creare.
I casi dell’Ucraina, Palestina, Venezuela, Groenlandia e Taiwan sono dunque tutti pezzi di un puzzle che vede la sua immagine completa nel cambio della struttura politica internazionale, che con grande probabilità si avverrà nella forma di un ordine multipolare.
“Il vecchio mondo sta morendo, quello nuovo tarda a comparire e in questo chiaroscuro nascono i mostri” scriveva Antonio Gramsci.






























































