COME I MEDIA UMANIZZANO IL CARNEFICE E SPOSTANO LA COLPA SULLA VITTIMA.
I commenti agli articoli dedicati dai grandi giornali al femminicidio di Federica Torzullo sono rivelatori della fogna patriarcale in cui sguazza larga parte dell’opinione pubblica. Non si conta la miriade di interventi, sottilmente stimolati da titoli ad hoc, che più o meno apertamente solidarizzano con il carnefice, giustificandolo con tanto di illazioni su presunte “colpe” della vittima: lei è solare e sorridente? Una colpa, dal momento che l’ex marito nelle foto appare grigio e spento. Avere una relazione e chiedere la separazione? Sonocolpe che aizzerebbero l’istinto assassino del maschio. Come dire “te la sei cercata”. Peccato che un uomonon è una bestia ma un essere umano dotato di coscienza, responsabile delle proprie azioni, in grado di scegliere il bene e il male. Ma siccome la fogna patriarcale non ha fondo è stata cavalcata dai media la storiella del “padre amorevole” verso il figlio. Così amorevoleda ammazzargli la madre.«Una storia – ha spiegato la psicoterapeuta e criminologa forense Margherita Carlini intervistata da 1mattina News – che non regge né sul piano oggettivo né emotivo funzionale. Sul piano oggettivo i familiari e gli avvocati di Federica ci dicono che in realtà l’ipotesi dell’accordo era lasciare il bambino nella casa familiare e alternarsi loro genitori, quindi non c’era una ipotesi di richiesta di affidamento esclusivo che per la mia esperienza è difficilissimo da ottenere anche in casi di grave pregiudizio per i minori. Sul piano funzionale in realtà quello che ha prevalso è l’incapacità di accettare un rifiuto, la frustrazione legata al rifiuto, che viene vissuta come negazione totale di sé e a questo punto “elimino la fonte della mia sofferenza del mio disagio”. E questo prevale su tutto anche sui figli che sempre in queste situazioni sono anche esse vittime di violenza sia diretta che indiretta come in questo caso».
A chi uccide la madre dei propri figli, non importa nulla di loro, al più può usarli per alleggerire la propria posizione di fronte alla legge. Legittimo che l’accusato si difenda. Quello che è intollerabile sono i giornalisti che colludono con narrazioni manipolative atte a suscitare empatia verso il carnefice, come nel caso diun articolo apparso su una delle più importati testate giornalistiche che ha descritto Claudio Carlomagno, accusato di femminicidio,come “un buon padre” che si dedicava al figlio “con cura e attenzione: lo andava a prendere a scuola e trascorreva molto tempo con lui”.
Ma la vera perla è arrivata da Ignoto X, il programma condotto da Pino Rinaldi su La7 con l’intervista a Juergen Mazzoni, un uomo che nel 2001 ha ucciso la moglie stragolandola – Maria Federica Gambardella, di 19 anni -e madre di sua figlia, poi è stato poi nuovamente arrestato nel 2019 per stalking e minacce di morte nei confronti di un’altra donna. “La puntata di Ignoto X andata in onda su La7 – il 21 gennaio – rappresenta un’offesa a tutte le vittime di violenza maschile e, in particolare, a Federica Torzullo e Maria Federica Gambardella assassinata nel 2001” scrive in comunicato stampa il Coordinamento dei Centri Antiviolenza dell’Emilia Romagna.E ancora :“A Jurgen Mazzoni è stato consentito dopo una blanda ammissione di pentimento per “un amore possessivo” e “per il male fatto” di raccontare il crimine che ha commesso con una narrazione colpevolizzante della vittima ricorrendo a un linguaggio padronale e paternalistico (“lei usciva con gli amici”, “aveva una figlia che non voleva più” “voleva la libertà ed io gliela avevo concessa”). Una rappresentazione che riproduce il consueto rovesciamento delle responsabilità, in cui l’autore della violenza sposta o divide la colpa con la vittima e il crimine è comunque una reazione ad una provocazione. La trasmissione ha così dato voce, senza alcun filtro critico, alla logica con cui gli autori di femminicidio giustificano e motivano le proprie azioni: le violenze commesse per reazione contro donne ritenute insubordinate.”Il Coordinamento ha anche evidenziato che:“Questa narrazione segue lo stesso schema che da anni denunciamo nella cronaca: il rovesciamento delle responsabilità, in cui chi uccide viene compreso, giustificato, umanizzato, mentre la vittima viene processata. Non è affatto un caso: molti racconti mediatici assumono il punto di vista degli autori di femminicidio perché le asimmetrie di potere tra uomini e donne sono profondamente interiorizzate. In questa puntata di Ignoto X abbiamo visto esplicitata la logica con cui gli autori di violenza maschile leggono le proprie azioni: l’omicidio come ‘correzione’ di donne ritenute indisciplinate, insubordinate, non conformi”
Ma non è finita: di fronte alla notizia del suicidio dei genitori di Claudio Carlomagno, i social e i media, in preda ad una sorta di dissociazione mentale, hanno reagito puntando il dito accusatore contro chi ha raccontato e commentato il femminicidio (ossia contro se stessi!) e non contro chi lo ha commesso, spostando così ancora una volta il focus dal vero responsabile verso un’altra direzione. Come dice il proverbio“quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito“. La realtà è che i processi in tv e “la gogna mediatica” per quanto deprecabili, per quanto possano causare sofferenza, sono una carezza rispetto al pugno nello stomaco inferto ai genitori da un figlio che massacra la moglie a coltellate, questo sì che può provocare la disperazione in un padre ed una madre.
Indubbiamente l’informazione che ruota intorno a violenze perpetrate all’interno di relazioni interpersonali, non dovrebbe mai cadere nel morboso ma piuttosto produrre analisi e riflessioni sul piano sociale, culturale e psicologico. In particolare la spettacolarizzazione dei femminicidi invece che sensibilizzare l’opinione pubblica su un fenomeno strutturale e sistemico come la violenza di genere di cui il femmicidio ne costituisce la punta dell’iceberg, va nella direzione opposta: la dimensione sistemica viene oscurata e il femminicidio ridotto a storia sensazionalistica, a episodio eccezionale; la violenza di genere viene banalizzata e trasformata in intrattenimento, lasciando nell’ombra l’urgenza di prevenzione ed educazione. Dunque la critica alla spettacolarizzazione dei femminicidi è sacrosanta, tuttavia tale critica viene strumentalmente cavalcata per relativizzare, minimizzare o addirittura negare il fenomeno della violenza di genere e le sue radici culturali profonde ed estese.
di Miriam Alborghetti





























































