IL BABACO… CERVETRANO

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In ricordo di un amico scomparso
che amava raccontare fatti dimenticati
di Angelo Alfani

Nel triste autunno di tutte le morti, un caro amico ci ha lasciato. Un uomo semplice, nel senso pieno del termine: senza giri di parole o frasi che potessero generare equivoci. Sono convinto che quando si dice: “il Cielo è il regno dei semplici” si pensa ad uomini come lui. Semplice e dignitoso fino alla fine. Certamente la convinzione di essere stato un buono ed un giusto gli ha reso lo stretto sentiero che porta all’al di là luminoso. Con la morte di un amico tutto cambia: i luoghi, i colori, persino i sapori convissuti per anni, non sono più gli stessi. Schietto il sorriso nel salutare, ancor più schietto il gesto con cui pesava l’inconsistenza dei nuovi amministratori: leggera pressione dell’indice e pollice della mano sinistra a strusciare, così come fa il selezionatore con la spiga del grano: pagliuzze, e poco d’altro, restavano nel palmo della mano. Con la sua dipartita se ne è andato un pezzo della nostra giovinezza, ed un ulteriore velo sugli occhi ha reso il nostro sguardo più triste. Che la terra di Gricciano ti sia lieve.
Pino Pazzelli, l’amico scomparso, era solito raccontare, con ironia, avvenimenti non lontani nel tempo, ma del tutto dimenticati. Uno di questi riguardava la fissa che, nei primi anni ottanta, prese parecchi agricoltori cervetrani su un miracoloso frutto esotico: il babaco. Simile ad un melone bianco senza semi, maturo si presentava con intensa colorazione gialloverde. Il babaco, prima che si diffondesse nella terra d’Etruria, aveva fatto sporadiche apparizioni ai mercati generali. Tra manghi, papaie e ananassi, su un banchetto fece capoccella, simile ai peperoni Carmagnola, il babaco. Come per gli altri frutti tropicali anche al babaco venivano attribuite proprietà antinfettive, digestive, e chi, spingendosi avanti con la fantasia, perfino antitumorali. Il prezzo di ben quarantamila lire al chilo faceva sgranare gli occhi ai contadini che portavano ogni mattina carciofi, broccoli, broccoletti e persiche, venduti a prezzi stracciati. Come cacio sui maccheroni giunsero a Cerveteri, spediti da Enti statali, due esperti del frutto tropicale: uno, autore di un testo scientifico sul frutto, l’altro, guarda un po’, venditore delle piantine medesime. Riunioni organizzate dalle associazioni di contadini, spontanee assemblee ai bar, discussioni da Agustarello, fecero da cassa di risonanza del nuovo miracoloso frutto. Tranne i più diffidenti, furono in molti a piazzare l’ordine. Fatti due conti alla svelta, si credevano già tanti principi Ruspoli di quando la Beca girava alla grande. “Sta a vede che avemo trovato l’america, senza bagnasse!”.
Voce popolare, non smentita, afferma che circa trenta ettari dell’esotico frutto venne messo a dimora nelle serre nostrane. Le piantine, pagate alla consegna, vennero messe a dimora in primavera. La crescita rapida, grazie ad abbondanti innaffiature, fece si che l’anno dopo grappoli di babachi, dal peso di oltre mezzo chilo l’uno, illuminarono gli occhi dei coltivatori.
Venne finalmente il giorno della raccolta. Il primo camion zeppo di cassette del miracoloso frutto, scortato da decine di curiosi, si infilò ai mercati generali. Passando da un grossista all’altro fu fortissima la delusione: nessuno ne voleva, sostenendo che al massimo se ne potevano vende tre, quattro chili al giorno.
Ma si sa che la convinzione è più forte della realtà e la necessità rende l’uomo arguto, soprattutto quando il cervello vaga, trascinandolo in vaneggianti soluzioni a situazioni disperate. Si decise quindi di infilare nelle cassette ricette a base di babaco. La più fantasiosa suggeriva fettine di babaco cosparse di polvere di cioccolata fondente annacquato da Cointreau.
Un grossista ternano, di quelli usciti dalle fonderie, smorzò immediatamente ogni entusiasmo: “Ma che me state a cojonà. La cioccolata è bona pure da sola!”
“Al nord, al nord!” fu questa la parola d’ordine che ridette speranza ai produttori di babachi: “Li si che ce capisceno e cianno i quattrini”.
Così i camioncini, inzeppati all’inverosimile, lasciarono all’albeggiare le serre, allungandosi fino a Bologna, raggiungendo addirittura Verona.
Ma i risultati furono identici: il babaco, i cervetrani, se lo potevano mette in quel posto!