IL 25 APRILE E LA SCUOLA

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“LA GENTE grida, noi non siamo che cinque ragazzi vestiti di lana inglese in una macchina tedesca con bandiera tricolore … Si capisce che la guerra se ne va, si capisce che la libertà viene avanti sull’asfalto con le nostre automobili, ma noi abbiamo paura di Mussolini, la segreta paura che uno di noi balzi in piedi, come lui allora, e guardi e saluti dall’alto il rosso e il nero della folla, come lui allora. E, invece, noi siamo partigiani, e i nostri nomi dovranno morire appena la guerra sarà morta”. Così, ottant’anni or sono, entrano in Milano insorta, in cui ancora cecchini tedeschi e fascisti sparano dai tetti, i partigiani dell’Oltrepò pavese.

Partigiani che in ordine alla Resistenza non fecero retorica, né a quell’aprile 1945 che pure li aveva visti protagonisti. Furono loro, Italo Pietra, Pertini, Cadorna ad accogliere gli Alleati a Lodi, furono Pietra e Pertini a far cessare, sdegnati, l’orrido scempio dei cadaveri di Mussolini e della Petacci a piazzale Loreto.

“La Resistenza è importante perché donne e uomini comuni ebbero una reazione prima morale e, poi, politica contro i nazifascisti”, ripetevano i partigiani. “E’ importante perché, per la prima volta, tornammo a discutere liberamente, magari duramente, di politica, confrontando idee e programmi, per il dopo”. Benché il “dopo” li avesse delusi, amareggiati, tuttavia essi continuarono a battersi. A me e a tanti che li hanno conosciuti, a quanti Li ricordano hanno lasciato questa idea alta, ma mai enfatica, del 25 aprile, della Resistenza, fondamento della nostra Carta costituzionale, con cui l’Italia è cresciuta. Fra numerosi squilibri ed errori, con taluni “buchi neri”; uno dei quali è rappresentato dalla condizione anche della cultura generale, come si diceva una volta, non solamente di quella politica. Uno di questi è la scuola, l’istruzione di massa, la stessa comunicazione. Com’è possibile?

La scuola non seleziona più, non premia meriti, né impegni, non insegna ad acquisire capacità di lettura, di sintesi, di elaborazione di pensiero su un testo scritto, l’università, il più elevato livello di studi, non valuta più il grado di competenze assunte dagli studenti che si laureano, la televisione trasmette pochissima cultura e largheggia in centinaia di migliaia di euro per le domande più banali (appena nei quiz vi è un sussulto colto, ci si stupisce grandemente), i libri e i giornali continuano ad arrivare in rare case (il nostro Paese si colloca al 14° posto nel mondo dietro Nazioni assai più povere), la memoria storico-artistica è abbandonata a se stessa o considerata come Disneyland. E’ deprimente parlare così dell’Italia e degli Italiani in occasione della ricorrenza di quel 25 aprile in cui rigerminavano i valori della libertà, del diritto, della democrazia, del pluralismo.

Grazie a persone, oggi, quasi ignorate, o scambiate per chissà chi, come Parri, De Gasperi, Gramsci. “Studiate, studiate, studiate”, esortava quest’ultimo: invano, sembra, stante il fallimento del nostro sistema educativo e formativo, foriero di cupe prospettive future. Se, invero,questa è la società “senza memoria e senza logica, con gravissime lacune e un linguaggio primordiale” che l’Italia prepara a se stessa, allora si autoinfossa con la più spessa e sorda incultura di massa: chissà per quanto tempo!

di ANTONIO CALICCHIO