Idealizzazione post mortem

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Tempo fa una signora, che stava facendo un percorso di psicoterapia, ha raccontato della morte “improvvisa” del suo ex-marito e di cosa ha provato nei giorni successivi. Racconta che dopo aver informato, contenuto e rimasta accanto al figlio, nei giorni successivi continuava a piangere e non riusciva a capirne il motivo. Ovviamente i rapporti tra gli ex-coniugi erano diventati “civili” dopo i primi anni di conflitto.

Racconta che nei giorni in cui continuava a piangere, si sentiva sorpresa perché ricordava soprattutto i momenti belli passati con lui anche se, razionalmente, sapeva che molti erano stati i momenti pensanti. Ad un certo punto ha chiamato una sua cara amica perché sentiva che aveva bisogno del suo supporto. Questa amica, infatti, li aveva conosciuti da subito dopo il loro matrimonio, conosceva la loro storia, le loro vicende conflittuali ed era rimasta accanto a lei durante la loro separazione e divorzio.

La signora racconta che mano a mano che l’amica le ricordava ciò che era successo durante il loro matrimonio, si sentiva progressivamente con i piedi per terra; è come se l’amica le avesse fatto da “memoria esterna” e avesse fatto riequilibrare gli eventi dentro di lei. Da quel momento ha smesso di piangere e ha riconosciuto l’ex-marito come una persona con cui ha vissuto momenti costruttivi e momenti distruttivi.

Parlo di questo argomento anche stimolata da un film che ho visto recentemente (Il castello di vetro) che narra di una storia di vita molto brutta di 4 fratelli trattati molto male da un padre alcolizzato che, quando muore, viene ricordato con grande affetto.

L’idealizzazione della persona deceduta è un meccanismo di difesa molto importante che blocca l’elaborazione del lutto. Questo succede, soprattutto, quando il rapporto tra la persona deceduta e il famigliare rimasto in vita è stato molto conflittuale oppure addirittura permeato da violenze di vari tipi.

Come ho già scritto in altri articoli, durante l’elaborazione del lutto si passa anche attraverso la fase della rabbia, fase fondamentale perché, se elaborata bene, porta al far pace con l’evento luttuoso.

Durante la fase della rabbia, la persona può esprimere la rabbia verso tutto ciò che la circonda: contro se stesso, contro Dio, contro i medici/gli infermieri o la struttura che avevano in cura la persona deceduta ma anche verso la persona deceduta stessa.

Quando i rapporti in vita sono stati difficili, è molto facile che la persona viva eviti la fase della rabbia perchépotrebbe avere accesso a tutti i suoi traumiprecedenti. Quindi, il mancato accostamento con la rabbia, il non venirne al contatto evita alla persona l’elaborazione dei propri traumi passati.

La mente preferisce la scorciatoia nell’idealizzare del famigliare “violento” ma morto. Il blocco dell’elaborazione del lutto è, a questo punto, determinato da eventi traumatici che sono a loro volta congelati.

Lo stesso Freud, parlando dell’elaborazione del lutto, prevedeva un’altra forma di idealizzazione: il senso di colpa della persona viva che nasconde in modo inconscio aggressività verso la persona morta.

Quando una persona muore è come se si formasse una grande buco nella rete da pesca; l’elaborazione del lutto permette di ricucire il buco elaborando momenti della propria vita.

psicologia giuridica
Dottoressa Anna Maria Rita Masin
Psicologa – Psicoterapeuta

Dottoressa
Anna Maria Rita Masin
Psicologa – Psicoterapeuta
Psicologa Giuridico-Forense
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